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Giannichedda sul calcio italiano: “Serve coraggio con i giovani. A 17-18 anni devono giocare con i grandi”
Giuliano Giannichedda analizza il momento dell’Italia dopo l’esclusione dal Mondiale: “Serve coraggio con i giovani e programmazione nelle infrastrutture”.
Giannichedda sul futuro del calcio italiano: “Serve coraggio con i giovani”
La terza esclusione consecutiva dell’Italia dai Campionati del Mondo ha riaperto con forza il dibattito sulle riforme necessarie per risollevare le sorti del calcio nazionale. Ai microfoni di Sky Sport, Giuliano Giannichedda ha analizzato con lucidità il momento attuale, individuando nella gestione dei talenti emergenti e nella stabilità delle strutture i pilastri fondamentali per una reale inversione di tendenza. Secondo l’ex centrocampista, il sistema calcio necessita di una visione meno immediata e più orientata alla crescita dei ragazzi, che spesso faticano a trovare spazio nelle prime squadre.
Una nuova cultura sportiva
L’allenatore ha posto in particolare l’accento sulla necessità di abbandonare le logiche del risultato a breve termine, che spesso finiscono per penalizzare sia i tecnici che i profili più giovani delle rose. Giannichedda ha richiamato l’intero settore a una responsabilità collettiva, che passi per il miglioramento delle infrastrutture e per una maggiore protezione del lavoro sul campo. Le parole del tecnico sottolineano come il divario tra i settori giovanili e il calcio professionistico sia un ostacolo che richiede coraggio dirigenziale per essere superato definitivamente.
Il pensiero di Giannichedda
Il tecnico ha espresso chiaramente la sua ricetta per il rilancio:
“Si riparte da entusiasmo, programmazione e infrastrutture. Dobbiamo dotarci di strutture moderne, lavorare con i giovani con lungimiranza e saper programmare. Serve ripartire dai ragazzini e migliorare nella cultura sportiva. E dovremmo avere più coraggio: a 17-18 anni i ragazzi devono uscire dalla bolla dei settori giovanili e confrontarsi con i grandi. Serve coraggio nei direttori e nei dirigenti, e penso che i meno colpevoli siano gli allenatori, che vengono messi in discussione ogni tre o quattro partite. Ma dobbiamo ragionare da sistema, con regole concordate e che siano lungimiranti per riportare il calcio italiano ai fasti di un tempo”.
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