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Vogliamo i giovani “pronti”, ma vietiamo loro di sbagliare: il grande paradosso del calcio italiano

Analisi sul paradosso del calcio giovanile: chiediamo coraggio e spavalderia ai ragazzi, ma neghiamo loro il tempo e la pazienza per maturare.

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Peci Hellas Verona
Foto Roberto Apicella PH

Il paradosso del giovane calciatore: si cerca il “campione pronto”, ma si nega il tempo per sbagliare

Nel calcio moderno, e in particolare in quello italiano, assistiamo a un cortocircuito logico che penalizza sistematicamente i giovani che si affacciano per la prima volta nel mondo dei “grandi”. Dai campi della Serie A fino alle categorie dilettantistiche come Eccellenza e Promozione, la richiesta dei tecnici è quasi sempre la stessa: personalità, coraggio, spavalderia nell’uno contro uno e solidità mentale. Si pretende che un diciassettenne entri in campo con la sicurezza di un veterano, ma le condizioni che gli vengono offerte per esprimersi sono spesso l’esatto opposto di quelle necessarie per maturare.

L’illusione dei minuti e la mannaia del primo errore

Il paradosso risiede nella gestione del minutaggio. Chiediamo a un attaccante di essere decisivo concedendogli solo scampoli di partita, magari al 75′ sul punteggio di parità, quando la palla scotta e ogni errore pesa il doppio. Chiediamo a un centrocampista di costruire dal basso senza paura, ma alla prima palla persa che costa un contropiede, il ragazzo viene spesso etichettato come “acerbo” o, peggio, “non adatto al livello”. E magari dopo l’errore gli si impone di giocare “semplice”, di fare l’appoggio sicuro, di non prendersi rischi.

Come sottolineato recentemente da Daniele Galloppa, tecnico della Fiorentina Primavera, in Italia esiste un problema culturale profondo: tendiamo a etichettare un calciatore dopo sole due partite, senza avere la minima pazienza nell’aspettarlo. All’estero, i giovani hanno il diritto di sbagliare, provare e riprovare; da noi, l’errore è visto come una sentenza definitiva che riporta il talento direttamente in panchina o in tribuna per le settimane successive. E il risultato pesa ancora troppo sulla valutazione di una stagione, di una squadra e, di conseguenza, del percorso di un ragazzo.

Un imbuto che soffoca il talento

Questa mancanza di continuità contribuisce a creare quello che Federico Cherubini ha definito un “imbuto troppo stretto”. Solo il 2% dei ragazzi in uscita dai settori giovanili riesce a trovare una collocazione stabile. Il motivo non è solo tecnico, ma strutturale: se non si concede il campo, non si può pretendere la crescita. Un giovane non può “dimostrare” nulla se la sua unica palestra è l’allenamento settimanale, privato della domenica come momento di verifica e maturazione.

Per invertire la rotta, servirebbe un cambio di mentalità radicale: smettere di vedere il giovane come un rischio da limitare e iniziare a considerarlo una risorsa da coltivare attraverso l’errore. Perché la spavalderia che cerchiamo non nasce dal nulla, ma dalla fiducia di chi sa che, anche dopo un passaggio sbagliato o un dribbling fallito, avrà ancora l’occasione di riprovarci.

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