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“Abbiamo trovato i giovani” o forse abbiamo smesso di ignorarli: perché non dobbiamo avere ‘paura’ di loro
I giovani nel calcio italiano ci sono sempre stati: il problema è trovare il coraggio di lanciarli, proteggerli e farli crescere.
I giovani li abbiamo trovati davvero?
Questa mattina, sfogliando come spesso mi capita i giornali sportivi, mi sono imbattuto in un titolo de La Gazzetta dello Sport: “L’Italia vede il futuro: da Kayode all’Under, abbiamo trovato i giovani”. Un titolo che mi ha fatto sorridere, ma soprattutto riflettere. Abbiamo trovato i giovani? Personalmente credo che la risposta sia molto più semplice: i giovani ci sono sempre stati. Probabilmente, però, per troppo tempo non li abbiamo guardati con la necessaria attenzione. O forse abbiamo iniziato a farlo soltanto adesso, dopo il terzo Mondiale consecutivo mancato dall’Italia, quando è diventato inevitabile scavare nelle Nazionali giovanili, nei campionati Primavera e nei settori giovanili alla ricerca di qualcosa di nuovo. È un tema che, da anni, seguo con particolare attenzione attraverso Mondoprimavera, e permettetemi di dirlo senza presunzione: quei ragazzi li abbiamo raccontati quando ancora non interessavano a molti. Non perché avessimo la sfera di cristallo, ma semplicemente perché abbiamo scelto di guardarli prima che diventassero “notizie”.
La parola “giovane” non può essere un concetto elastico
C’è poi un altro aspetto sul quale, personalmente, credo sia necessario fare chiarezza: cosa significa davvero essere giovani nel calcio? È evidente che la carta d’identità abbia un peso, ma nel nostro mondo il concetto di giovane dovrebbe essere legato anche al percorso sportivo, all’esperienza accumulata e al livello raggiunto. Per quanto mi riguarda, quando parlo di giovani penso soprattutto a ragazzi di 18, 19 e, allargando il cerchio, 20 o 21 anni. Ma non possiamo continuare a definire “giovane” qualsiasi calciatore che abbia meno di 23 anni. Zoma, Doumbia, Maldini, Cambiaghi, Sebastiano Esposito, Ghilardi e molti altri sono calciatori che hanno già alle spalle esperienze importanti. Lo stesso Kayode (Noi ne parlavamo già qui ben quattro anni fa), classe 2004, per il mio modo di intendere il calcio non è più un giovane da scoprire: ha già giocato diversi campionati da professionista e ha maturato esperienze significative anche all’estero. A 22 anni, nel calcio moderno, credo sia giusto iniziare a parlare di calciatori formati o comunque in una fase avanzata del loro percorso.
Il merito di Mancini: guardare oltre le etichette
In questo scenario, però, va riconosciuto un merito importante a Mancini. Ha avuto il coraggio di andare a pescare in un bacino molto più ampio rispetto a quello tradizionale, osservando giocatori che nei rispettivi club avevano trovato spazio con il contagocce e provando a inserirli nel gruppo della Nazionale. Non necessariamente giovanissimi, ma calciatori che, per età e soprattutto per percorso, potevano ancora rappresentare una prospettiva. Questa scelta ha contribuito ad abbassare l’età media dell’Italia e, soprattutto, ha dimostrato una cosa che spesso dimentichiamo: non sempre bisogna aspettare che un giocatore diventi protagonista assoluto nel proprio club per capire se può avere qualcosa da dare alla Nazionale. A volte bisogna semplicemente avere il coraggio di provarlo. Ed è proprio questo coraggio che, secondo me, è mancato per troppo tempo al calcio italiano, soprattutto quando si è trattato di dare fiducia ai ragazzi realmente giovani.
Anche l’Under 21 rischia di essere già “vecchia”
Persino la nostra Under 21, che considero una Nazionale ricchissima di talento, può essere definita per certi versi “vecchiotta”. Non perché ci siano calciatori non validi, tutt’altro, ma perché alcuni di loro avrebbero potuto meritare già da tempo una chiamata con la Nazionale maggiore. Penso a Ndour, Koleosho, Pisilli, ma anche a Chiarodia, Lipani, Bartesaghi e a tanti altri ragazzi che hanno dimostrato di avere qualità e personalità. Stiamo parlando di calciatori che hanno già 21 o 22 anni e che, in alcuni casi, hanno accumulato esperienze importanti a livello professionistico. Se il talento c’è, perché aspettare necessariamente che compiano 23 o 24 anni per considerarli pronti? È una domanda che continuo a pormi. E non significa sostenere che tutti debbano automaticamente giocare in Nazionale maggiore. Significa semplicemente chiedersi se il percorso che stiamo costruendo per loro sia realmente quello migliore possibile.
Il problema nasce prima della Nazionale
Perché il vero problema, a mio avviso, non è tanto la Nazionale. Il problema nasce molto prima. Nasce nei club, nelle scelte degli allenatori, nelle strategie societarie e nella paura di affidarsi a un ragazzo quando una partita pesa, quando una stagione è complicata o quando serve un risultato immediato. In Italia continuiamo a parlare di giovani, ma troppo spesso facciamo fatica a farli giocare con continuità. Bartesaghi può essere considerato un’alternativa a Estupiñán, Ndour si trova a dover cercare spazio e soltanto determinate circostanze gli permettono di giocare con maggiore continuità, Pisilli può finire spesso in panchina, Lipani è una riserva di Matic al Sassuolo. Sono situazioni che raccontano una contraddizione evidente: il talento lo riconosciamo, ne parliamo, lo convochiamo, ma poi quando arriva il momento di responsabilizzarlo torniamo spesso sui nostri passi. E allora mi chiedo: siamo davvero sicuri che il problema sia la mancanza di giovani?
Pio Esposito dimostra che un percorso è possibile
Io credo che il caso di Pio Esposito rappresenti, in questo senso, un esempio particolarmente interessante. Non tutti i giocatori devono essere lanciati immediatamente in Serie A a 18 anni. Non tutti maturano allo stesso modo e non tutti hanno bisogno dello stesso percorso. C’è chi è pronto subito e chi, invece, ha bisogno di giocare, sbagliare, confrontarsi con categorie diverse, accumulare minuti e responsabilità prima di compiere il salto definitivo. Il punto è proprio questo: costruire un percorso. Pio Esposito ha avuto la possibilità di maturare esperienza e di arrivare a un livello superiore con una consapevolezza diversa. È questo che dovremmo fare più spesso. Non bruciare i ragazzi, ma nemmeno parcheggiarli per anni in attesa che qualcuno decida che siano finalmente pronti. Il calcio italiano ha bisogno di percorsi seri, programmati e coerenti. E soprattutto ha bisogno di società disposte ad assumersi il rischio di far crescere i propri talenti.
Adesso tocca a Inacio, Ahanor e Liberali
Ed è proprio per questo che guardo con interesse a ciò che potrà accadere nei prossimi mesi. Se davvero vogliamo parlare di futuro, allora dobbiamo smettere di fermarci ai nomi che sono già diventati mediaticamente interessanti. Ci sono altri ragazzi che meritano attenzione: Inacio, Ahanor, Liberali e tanti altri che stanno cercando di costruirsi un percorso. Non significa doverli convocare tutti immediatamente in Nazionale maggiore, né trasformare ogni giovane talento in un fenomeno. Significa semplicemente osservarli, seguirli e, quando sarà il momento, avere il coraggio di metterli alla prova. La Nazionale può certamente rappresentare uno stimolo fondamentale, ma il cambiamento deve partire dai club. Se Mancini riuscirà davvero a guardare anche verso questi ragazzi, potrebbe contribuire a creare un effetto domino: più spazio in azzurro, più fiducia nei giovani e, magari, maggiore coraggio anche da parte delle società.
Non abbiamo scoperto i giovani: dobbiamo solo avere il coraggio di usarli
Alla fine, quindi, torno proprio a quel titolo: “abbiamo trovato i giovani”. No, personalmente non credo che li abbiamo trovati. Li abbiamo semplicemente iniziati a guardare con maggiore attenzione. E questa differenza, per me, è fondamentale. I giovani italiani c’erano ieri, ci sono oggi e continueranno a esserci domani. Il problema è capire se avremo il coraggio di accompagnarli nel modo giusto. Perché non basta convocarli, non basta parlarne sui giornali e non basta inserirli in una lista di prospetti interessanti. Bisogna farli giocare, proteggerli quando sbagliano, responsabilizzarli quando meritano e costruire per loro un percorso che abbia un senso. È quello che sosteniamo da anni su Mondoprimavera: il talento non manca, manca spesso la fiducia. E forse è proprio questa la vera sfida del calcio italiano. Non scoprire finalmente i giovani, ma smettere di avere paura di loro.
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