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Ranieri sui giovani: “In Italia siamo malati di tattica. Gli educatori vanno formati e pagati meglio”
L’analisi sui giovani da parte di Claudio Ranieri, l’errore della troppa tattica e la proposta per i vivai.
Claudio Ranieri: “Siamo malati di tattica, all’estero gli educatori pensano solo a formare i ragazzi”
Il dibattito sulla crisi del calcio italiano si arricchisce di una voce autorevole. Al Circolo Canottieri Aniene di Roma si è tenuta la gremita presentazione dell’ultimo libro di Ivan Zazzaroni. Durante l’evento ha preso la parola anche Claudio Ranieri. Il tecnico romano è reduce dall’esperienza come advisor per la famiglia Friedkin alla Roma. L’allenatore ha analizzato senza filtri in questo mese di giugno 2026 le criticità del nostro movimento. Il focus si è concentrato sul delicato passaggio dal settore giovanile al professionismo.
Il paradosso italiano: si vince nei vivai, si fatica tra i grandi
Ranieri ha esordito smontando parzialmente un luogo comune. Per il tecnico non è vero che i settori giovanili italiani non ottengano risultati. Il vero problema risiede nella selezione e nelle reali opportunità concesse nelle prime squadre.
L’ex advisor giallorosso ha subito chiarito un concetto fondamentale: “È molto importante fare una distinzione tra educatore e allenatore. Mi è piaciuta la panoramica fatta su diverse nazioni per il loro lavoro nel settore giovanile. Noi però stiamo facendo bene a livello di settore giovanile. Abbiamo vinto due titoli europei Under 17 e fatto una finale al mondiale under 19”.
La difficoltà maggiore si riscontra successivamente: “Il problema è arrivare in prima squadra e lì ci sono i giocatori da selezionare. Una volta non giocavano in nazionale giocatori straordinari, ora bisogna fare i conti su chi selezionare”.
L’esasperazione della tattica e il confronto con la Premier League
L’allenatore ha poi centrato il cuore della questione metodologica. Ha criticato l’esasperazione tattica precoce che caratterizza la scuola italiana. Su questo punto ha tracciato un parallelismo con la sua esperienza vissuta oltremanica. “Quando c’è da fare il salto in prima squadra dobbiamo migliorare”, ha spiegato Ranieri con fermezza. “La categoria dei giovani va sviluppata da educatori che non devono fare tattica. Solo noi siamo malati di tattica, in Inghilterra non la fanno neanche in Premier League”.
La crescita dei ragazzi non segue dinamiche lineari: “È chiaro che un ragazzo di 15-16 anni non si capisce se può essere un campione. Poi possono scendere e non mantengono le loro promesse. Magari ci sono giocatori che arrivano a 18-19 anni e possono fare il salto di qualità. Su quello dobbiamo lavorare, altrimenti non riusciamo a risolvere il problema della nazionale”.
L’obbligo di vincere e il coraggio che manca nei club italiani
Nella sua disamina, Ranieri ha toccato il tasto dolente delle pressioni a cui sono sottoposti i club italiani. La cultura del risultato immediato soffoca sul nascere i progetti legati alla linea verde. All’estero, invece, le dinamiche sono completamente diverse.
Il tecnico romano ha evidenziato questa profonda differenza culturale: “In prima squadra devi vincere, a meno che non sei allenatore di una squadra che deve sopravvivere valorizzando i giovani. Si prende allora un allenatore giovane che sviluppa un certo sistema di gioco che valorizza i giovani. Questo permette ai ragazzi di crescere, anche a costo di retrocedere. Ma questo in Italia non succede”.
La proposta di Ranieri: rivalutare e pagare meglio la base dei vivai
In conclusione del suo intervento sul palco, Ranieri ha lanciato una proposta molto concreta. L’obiettivo è scardinare il sistema attuale. Oggi gli allenatori dei vivai vengono premiati solo in base ai trofei vinti e non per i giocatori realmente formati.
L’allenatore ha indicato la via da seguire per il futuro: “È importante formare gli educatori e gli allenatori di settore giovanile e forse dobbiamo pagarli di più. Dobbiamo poi investire sui giovani allenatori per migliorare le qualità dei ragazzi, non per farli diventare subito allenatori di prima squadra”.
Il rischio attuale è quello di snaturare il ruolo degli istruttori: “Altrimenti cercheranno solo di selezionare i migliori giocatori per ottenere risultati. Mentre invece si devono formare i giovani”.
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