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ESCLUSIVA MP – Apolloni: “Mancano coraggio e regole: i giovani italiani devono essere valorizzati”
Intervista esclusiva a Luigi Apolloni sulla crisi della Nazionale: “Obbligo di 5 italiani per club e modello Atalanta per ripartire dai vivai”.
Terza esclusione consecutiva dal Mondiale per l’Italia: come migliorare? Il pensiero di Luigi Apolloni
L’Italia non parteciperà al Mondiale per la terza volta consecutiva: la Bosnia ha messo fuori dai giochi gli Azzurri dopo i calci di rigore. Le Under eccellono, la Nazionale maggiore delude: la necessita di rifondare il sistema calcio nel nostro Paese sembra ormai diventato un imperativo. Ma da cosa e come partire? Lo abbiamo chiesto a Luigi Apolloni, vicecampione del mondo nel 1994, il quale ci ha esposto la necessità di riforme nei regolamenti al fine di valorizzare i nostri giovani. Di seguito riportiamo le sue parole in esclusiva ai microfoni di MondoPrimavera.
L’Italia eccelle in tutti gli sport, tranne nel calcio.
“La massima espressione dello sport italiano ormai non è più il calcio: abbiamo il tennis, la F1, la MotoGP, la pallavolo, lo sci. E il calcio è sceso notevolmente di classifica. Forse anche nel basket facciamo fatica ad emergere; per il resto eccelliamo in tutto. Ora tocca al calcio”.
Si parla di rifondazione. Da dove bisognerebbe iniziare?
“Ci siamo accorti troppo tardi di cosa manca nel calcio: va azzerato tutto, rifondare dal basso, dalle giovanili, dai ragazzi, fino alla Serie A. Quando si parla di convocazione in Nazionale si intende la massima aspirazione per un giocatore di calcio, è il top. Il CT poi fa con ciò che ha, quindi per questo io deresponsabilizzerei Gattuso e chi prima di lui. L’Europeo vinto con Mancini ha messo un po’ a tacere le problematiche che già c’erano, ma per un selezionatore è dura scegliere. Ragionavo con dei miei ex compagni: quando giocavamo noi c’erano meno stranieri, ora invece la maggior parte della squadra è composta da stranieri. Prima erano tutti italiani e quindi c’era scelta più ampia per il selezionatore; ciò creava anche competitività all’interno delle squadre perché per arrivare in Nazionale dovevi farti notare. Una volta c’era Baresi, tra i migliori nel suo ruolo, ma comunque doveva continuare a fare bene per assicurarsi la convocazione rispetto ad altri difensori. Poi per il CT era più semplice perché all’epoca c’erano “i blocchi”: blocco Juventus, blocco Inter, blocco Milan. C’era affiatamento nei club e quindi ciò veniva trasmesso in Nazionale. Ora questo non è più possibile”.
I giovani della nostra Nazionale maggiore che prospettive hanno?
“I nostri giovani come Esposito, Palestra e Pisilli sono il futuro del calcio italiano: hanno dimostrato e stanno dimostrando i loro valori. Palestra ha fatto la differenza, è un giocatore su cui sicuramente di può fare affidamento nel futuro. Ma sono troppo pochi. Noi dobbiamo costruire una squadra partendo dai “vecchi” che permettono ai giovani di inserirsi, ma devi creare i presupposti di farli allenare e giocare nel club. Tutto parte dalla base: ci deve essere un regolamento che faccia sì che le squadre italiane schierino più giocatori italiani possibili; integrare sì gli stranieri, anche con tutte le difficoltà del caso. Ci sono società che sotto questo aspetto stanno lavorando molto: un esempio è l’Udinese che, sotto l’aspetto dei bilanci, è un fiore all’occhiello del nostro Paese; è anche vero però che lavorano per il club e non per la Nazionale italiana. Per questo motivo metterei regolamenti che tutelano i giovani”.
Le nostre Nazionali giovanili (U21, U19, U18, U17) stanno ottenendo risultati eccellenti. Perché la Nazionale maggiore no?
“I giovani bravi li abbiamo, si sta lavorando bene sotto quel punto di vista. Se si va nelle Primavera delle squadre di Serie A e B ci sono tanti stranieri che fanno la differenza. Il calciatore ormai viene osservato prima sotto un aspetto di atletismo, di forza fisica e poi viene integrata la tecnica. Ciò limita però poi la crescita dei nostri italiani. L’allenatore, che è la guida e il responsabile dei risultati della squadra, è facilmente attaccabile e il primo a pagarla. Più che sfiducia nei giovani, si vuole sempre puntare più sul sicuro, su gente già formata”.
Quali sono le vie per tornare competitivi?
“Di base bisognerebbe obbligare le società italiane a schierare almeno 4-5 italiani, cioè il 50% dei giocatori deve essere italiano. Lo stesso fare nelle giovanili, anche se abbiamo detto fino ad ora che si sta facendo comunque bene. Però ancora si punta sullo straniero per le qualità e la fisicità. Bisogna dare spazio ai nostri giovani anche attraverso incentivi, perché se non sei andato al Mondiale per tre volte consecutive, qualcosa di fondo c’è. Anche perché non sei uscito con la Francia, con la Spagna, con l’Inghilterra… non ti sei qualificato per mano di formazioni come Svezia, Macedonia del Nord e Bosnia, sulla carta sicuramente abbordabili. Poi dobbiamo anche essere umili e cercare di accettare i nostri limiti, ma questo non significa ignorarli, al contrario bisogna lavorarci, migliorarli, affinché queste esclusioni non avvengano più. Il gol è stato un errore del portiere bosniaco, noi siamo stati bravi ad approfittarne però poi non siamo stati cinici dopo. Essere cinici è anche questo, lavorare sulla mente del giocatore “io voglio raggiungere questo obiettivo e quindi farò di tutto per raggiungerlo”. Si sono visti limiti caratteriali: come detto prima, la competizione in una squadra aumenta il miglioramento del giocatore e della formazione nel suo complesso. Ma se all’interno del mio club, se so di essere il solo che può ambire ad una convocazione, allora abbasso la soglia della tensione”.
Infine, c’è il tema delle strutture e del senso di appartenenza. Come si riportano le famiglie e i futuri talenti ad innamorarsi della maglia azzurra?
“C’è anche da considerare il tema delle infrastrutture: modernizzare, incentivare, riportare le famiglie allo stadio per farle innamorare di nuovo; ma questo deve avvenire in stadi accoglienti. Oggi sono ancora la maggior parte obsoleti: a volte si vanno a vedere delle partite dove si è scomodi in tribuna. Rendendo questi ambienti confortevoli attiri i futuri azionisti, che sono i ragazzini stessi. Tanti dovrebbero aspirare a ciò che è ed è stata l’Atalanta: hanno lavorato bene e valorizzato sempre i settori giovanili, non a caso sono venuti fuori giocatori che oggi si sono affermati (o che si stanno affermando come Palestra). Il modello Atalanta deve essere seguito da tutte le società ma: c’è la volontà? Devi avere un centro sportivo che ti permetta di lavorare in una certa maniera, gente qualificata che ha l’ambizione di formare prima uomini e poi calciatori. Le società devono essere fin subito chiare con i tecnici che vanno a prendere: devono trasmettere senso di appartenenza e valori”.
Si ringrazia Luigi Apolloni per la disponibilità dimostrata. La riproduzione dell’articolo è consentiva previa citazione della fonte MondoPrimavera.com.
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orazio zeppieri
12 Aprile 2026 at 0:11
siete 20 anni di ritardo dopo il 2005 perchi conprende il gioco calcio si vedevano le crecche aprirsi lo dicevo agli amici in italia che cerano problemi che si vedevano nel nostro sistema sia tecnico che personale ..il nostro calcio dalla parte tecnica era inferiore a tanti sistemi internazionali ma gli italiani convinti che bastava per competere a livello internazionale ma non era cosi non avevamo piu il nostro gioco ilnotro sistema che faceva tremare le squadre piu potenti al mondo eravamo prevedibii e in piu avevamo paura degli avversari il nome italia era un picolo fastidio ma niente insormontabile