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ESCLUSIVA MP – Albinoleffe, parla Malenchini: “In Italia bisogna ripartire dal talent management e dalla fiducia nei giovani”

Intervista esclusiva a Marco Malenchini (AlbinoLeffe) sul calcio giovanile: “In Italia manca visione strategica. Ecco come produciamo talenti a Zanica”.

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Marco Malenchini

Talent management e fiducia nei giovani: dove ripartire secondo Marco Malenchini, direttore del settore giovanile dell’Albinoleffe

La mancata qualificazione ai Mondiali da parte dell’Italia per la terza volta consecutiva rimane un tema di dibattito. Marco Malenchini, direttore del settore giovanile dell’Albinoleffe, ci ha illustrato in esclusiva il mondo giovanile della società bergamasca, soffermandosi su ciò che manca al nostro Paese per essere efficiente e competitivo nel calcio europeo e mondiale. Ecco le sue parole in esclusiva a Mondoprimavera.com.

Facciamo il punto partendo dalle formazioni Under 23. Cosa ne pensa?

“Lavorando da tanti anni nei settori giovanili posso dire che devi avere un gruppo definito, con una rotazione di giocatori. Devi creare un gruppo di lavoro in cui ci sono giocatori della Primavera aggregati o dei profili da far crescere. Di base, però, serve un impianto di rosa che permetta di stabilizzare un lavoro, fornire delle conoscenze, adattare i giovani al gioco “degli adulti” nelle fasi di non possesso. Il problema è che ad oggi hanno anche dei contratti fuori di testa. La figura del giocatore “over” poi deve essere colui che cura gli aspetti di collaborazione, di spogliatoio, che insegni le regole, che accetti che il giovane giochi al posto suo”.

Quali sono i valori che è fondamentale che un giocatore acquisisca nel corso della sua formazione?

“Devi puntare a lavorare sotto un punto di vista mentale e tecnico. La componente umana, cognitiva e di lavoro è una discriminante, nel senso che arrivati ad un certo livello, quando la piramide si va a stringere, l’attitudine, la personalità e la professionalità sono fondamentali. Dopodiché c’è tutta la parte legata all’aspetto tecnico e fisico: ai giocatori vanno date le conoscenze e le competenze tecniche individuali che sono la base. Poi piano piano si inserisce la parte atletica: con fisico non intendo centimetri, ma le capacità che consentono di competere a livelli elevati. Noi tendiamo sempre a dimenticarci di una parte ma il calciatore è a 360° e non può mancare la parte cognitiva: se non sei in grado di lavorare in linea con ciò che sono le richieste esci ancora prima di cominciare”.

Italia fuori dai Mondiali per la terza edizione consecutiva. Che cosa manca alla nostra Nazionale?

“All’Italia manca una visione strategica. Ci sono tanti pezzettini che lavorano in maniera isolata all’interno del sistema, ma non vengono poi fatte le scelte strategiche che dovrebbero andare a beneficio. La gestione dei nostri settori giovanili non è sempre sostenibile e già questo fa sì che una società non cresca al meglio. Siamo indietro sotto tutti i punti di vista: lasciamo stare le competenze degli addetti ai lavori, che sono un tema, non tutti le hanno. C’è un’arretratezza di strutture che fa paura; c’è pochissimo tempo di lavoro: il nostro sistema sportivo non riesce ad integrarsi con il sistema scolastico e quindi i ragazzi fanno troppo poco, in termini di pratica motoria e sportiva. Tutti parlano di tornare al calcio di strada, dove gli insegnanti erano migliori, ma non è neanche vero. Sicuramente adesso chi insegna ha livelli di competenza più alti, però il tempo di lavoro da dedicare ai ragazzi è pochissimo per quello che deve essere un atleta professionista. Ci si allena troppo poco e non è possibile portare avanti quello che è necessario, perché avendo poco tempo qualcosa viene per forza tralasciato”.

Le nostre Under azzurre “funzionano”: sono tutte ad un passo dalla qualificazione agli Europei di categoria.

“All’interno del nostro programma giovanile non manca il talento, né tecnico né motorio. Ciò che manca è il talent management: arrivati alla fine del percorso di formazione, se non si ha una gestione professionale delle fasce tra gli U17 e gli U19 e li si mette in perenne attesa, va da sé che gli altri continuano a crescere e ad evolversi mentre i nostri ragazzi rimangono lì. In Italia si fa fatica a capire il talento giovanile, nonostante le Nazionali giovanili siano competitive e se la giochino con i pari età di altre nazioni”.

Che cosa pensa dei giovani dell’attuale Nazionale maggiore, come Palestra, Esposito e Pisilli?

“Sono giocatori da costruire che hanno  delle avvisaglie per diventare giocatori importanti, ma devono maturare in esperienza e continuare a far crescere il loro bagaglio di competenza. Pensare che un ragazzo del 2005 non commetta errori o possa dare una costanza di rendimento come un giocatore esperto è da ingenui: chi gestisce il percorso di crescita di questi ragazzi deve supportarli anche quando non c’è continuità di prestazione. Sono comunque tutti giocatori di grande prospettiva. Penso anche solo al nostro Doumbia, che era da noi e oggi è un giocatore di Serie A. Ha giocato nell’U21 e ha addosso gli occhi di mezza Serie A e squadre estere. Non bisogna perdersi nel processo, non sfiduciare nel momento cui non c’è continuità di rendimento”.

Parlando ora di Albinoleffe: qual è l’obiettivo di base della società per quanto riguarda il settore giovanile?

“L’unico obiettivo che abbiamo è di produttività: dobbiamo essere in grado di garantire un apporto di giovani nella nostra prima squadra. Non abbiamo obiettivi in termini di risultati, unica cosa che la proprietà chiede, anche a me in quanto responsabile del settore giovanile, è di produrre giocatori che siano in grado di competere in prima squadra. Questo per ridurre i costi di esercizio e per una valorizzazione economica che permette alla nostra società di essere sostenibile”.

Quali sono i giocatori che stanno figurando in altre realtà ma che sono partiti proprio da qui?

“Noi abbiamo una lista di giocatori prodotti abbastanza importante: Doumbia oggi al Venezia, Zoma al Norimberga in Germania, Barcella in Serie B al Frosinone. Abbiamo avuto Massimo Pessina che ha recentemente esordito in Serie A difendendo la porta del Bologna contro il Napoli. Altri sono professionisti in terza serie con grande continuità come Marco Piccoli, Alberto Pala (oggi alla Pergolettese); abbiamo attualmente Agostinelli, Angeloni e Facchetti in prima squadra. Altri ragazzi sono in realtà di A e di B ma che non considero professionisti perché non hanno ancora fatto il passo “nei grandi”. C’è anche Toma Rrok che gioca all’estero. Per noi ogni volta che un ragazzo del nostro settore giovanile riesce ad avere un percorso professionale è un orgoglio. Pensare che un giovane che abbiamo scelto noi da piccolo ha fatto un percorso di 6/7 anni di settore giovanile e poi è riuscito a calcare palcoscenici importanti è una cosa bellissima. Come esempio, torno a parlare di Zoma che ora gioca davanti a 50mila persone a Norimberga ed è partito dai 1800 di Zanica e Cologno”.

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