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Behrami, i giovani e la crescita della Svizzera: “Vi spiego la differenza con l’Italia”

Valon Behrami analizza a DAZN la gestione dei giovani nel calcio. Il confronto tra il modello vincente della Svizzera e le difficoltà dei club italiani.

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Valon Behrami

L’ex centrocampista analizza i problemi del calcio giovanile italiano: “I club sono troppo chiusi verso le figure professionali esterne”

Ospite del programma Copa Mundial sulle frequenze di DAZN, l’ex centrocampista Valon Behrami ha offerto una profonda e lucida disamina sulla gestione dei giovani talenti. Nel corso del suo intervento, l’ex mediano ha messo a specchio l’approccio strutturato della Svizzera con le croniche difficoltà che caratterizzano il sistema calcio in Italia. Secondo l’analisi di Behrami, il vero problema del calcio italiano non è assolutamente da ricercare nella carenza di materiale tecnico o di qualità nei piedi dei ragazzi, bensì in una complessa questione di mentalità diffusa, fretta nei giudizi e totale mancanza di un adeguato supporto psicologico nella delicatissima fase di transizione che accompagna l’atleta dalle formazioni giovanili alla prima squadra.

Il modello svizzero: programmazione rigorosa e cura dei minimi dettagli

Behrami ha ricordato con precisione come la federazione svizzera abbia saputo costruire i propri grandi successi internazionali nell’ultimo ventennio proprio grazie a investimenti massicci e mirati sui settori giovanili, una strategia lungimirante che ha permesso di non risentire minimamente dei fisiologici ricambi generazionali nel corso del tempo.

L’ex calciatore ha voluto spiegare l’organizzazione elvetica con parole molto chiare, ricordando la sua esperienza personale: “Quando mettevano sul piatto i soldi, andavano a investire sui giovani. Per noi è stato un processo dove avevamo psicologi fin dall’Under 15, abbiamo avuto un grande sostegno perché credevano nei progetti. Già se riuscivi a tirare fuori due giocatori dall’Under 21 per la prima squadra era un grande successo, ed è capitato praticamente per vent’anni. I cambi di generazione non li abbiamo mai sentiti proprio perché la costruzione era fatta bene, era seguita fin dal percorso giovanile e non si perdevano pezzi o talenti importanti. È un lavoro che arriva molto da dietro, anche se è chiaro che entrare nel campionato svizzero è un po’ più semplice rispetto a quello italiano”.

Il tritacarne mediatico italiano e la pericolosa solitudine del giovane calciatore

Spostando l’attenzione e il focus sull’Italia, l’ex mediano ha sottolineato con forza come la fortissima pressione esterna rischi molto spesso di bruciare prematuramente i ragazzi, determinando pesanti ripercussioni negative che finiscono poi per danneggiare inevitabilmente anche le convocazioni e le prestazioni della Nazionale stessa.

Behrami ha evidenziato la pericolosa tendenza del sistema italiano a esaltare o distruggere un calciatore nel giro di pochissime settimane: “I talenti non mancano in Italia. Obiettivamente, in un campionato come quello italiano non è semplice integrare un giovane, non è una cosa così semplice come in altri paesi e chi ne risente è la nazionale. C’è una mentalità dove c’è un po’ di fretta, come è giusto che sia perché si parla di una grande nazione. La gestione però non è semplice: fai cinque partite fatte bene in Italia, sei un giocatore ‘importante’, l’impatto mediatico inizia a pesare, la testa di un giocatore inizia a cambiare e da lì ci si perde un po’ via”.

La chiusura dei club sulla psicologia sportiva: un muro difficile da abbattere

In conclusione del suo intervento, Behrami ha portato un esempio concreto e molto personale legato direttamente al suo passato professionale, evidenziando la diffidenza dei club italiani verso figure professionali esterne che potrebbero invece fare una grandissima differenza nella crescita mentale e caratteriale dell’atleta.

L’ex centrocampista ha espresso forti dubbi sulla reale volontà di cambiamento da parte delle società della nostra penisola, spiegando come le strutture attuali tendano a isolarsi: “L’aspect psicologico in un contesto più piccolo è più semplice da seguire. Io ho avuto una persona che mi ha seguito per due mesi senza dirmi niente: ha creato il mio profilo, poi mi ha mostrato le cose che andavano bene e quelle che andavano male. Oggi entrare in una società italiana e avere questo tipo di apertura la vedo veramente complicata. Se porti uno da fuori che ti viene a seguire non è ben accetto, perché ogni club fa fatica ad accettare qualcuno dall’esterno. Questo potrebbe essere un tema che magari la FIGC può mettere in ballo, ma la vedo davvero complicata proprio perché i club sono molto chiusi e non riescono a vedere oltre”.

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