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Rakitic consiglia l’Italia: “Se le Primavere sono piene di stranieri, forse le regole sono sbagliate”

Ivan Rakitic analizza il fallimento Mondiale dell’Italia: “Serve coraggio con i giovani. In Spagna a 17 anni giocano, qui le giovanili sono piene di stranieri”.

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Ivan Rakitic

Il calcio italiano fuori dall’élite: l’analisi di Rakitic

Il fallimento dell’Italia nella corsa al Mondiale 2026 — il primo della storia a 48 squadre — non è solo una ferita aperta, ma un vero e proprio “anno zero” per il nostro movimento. Lo sprofondo azzurro, culminato nelle delusioni contro Norvegia e Bosnia, ha attirato l’attenzione della critica internazionale. Tra le voci più autorevoli c’è quella di Ivan Rakitic, ex campione di Barcellona e Siviglia, oggi dirigente dell’Hajduk Spalato, che ai microfoni di La Repubblica ha analizzato la crisi italiana con la lucidità di chi osserva da fuori ma con l’affetto di un grande appassionato.

Le parole di Rakitic

Sul calcio italiano: “Da 16 anni nessun club italiano vince la Champions e nelle semifinali delle tre coppe di quest’anno non c’è traccia della Serie A. È un dato preoccupante, che mi rattrista perché sono molto affezionato al calcio italiano e in particolare alla Nazionale. Serve un’analisi molto profonda per cercare di invertire la tendenza il più presto possibile. Nel calcio europeo e mondiale il calcio italiano è troppo importante perché la situazione attuale diventi normale.

Sui settori giovanili: “Non è semplice parlare da fuori, però è un argomento sul quale mi sono confrontato con Diego Perotti, che è stato mio compagno al Siviglia e che conosce bene il calcio italiano, avendoci giocato a lungo. Mi ha detto che il Lecce ha vinto il campionato Primavera con una formazione di soli stranieri. Ecco, forse bisogna cambiare le regole. Spero che la Federazione trovi una soluzione, il calcio ha bisogno che l’Italia torni dove è sempre stata”.

Sui giovani talenti: “Penso che ci siano. Converrebbe uscire dalla comfort zone, magari lasciare la propria città. A volte bisogna uscirne per fare il passo giusto: è molto bello mangiare la pasta della nonna, ma andare fuori significa imparare a lottare, a combattere, a non avere il posto assicurato”.

Il confronto con la Spagna: “In Spagna, se hai 17-18 anni e sei all’altezza, ti lanciano subito in prima squadra. Mettere soldi sui giovani spesso viene giudicato superficialmente uno spreco, invece è un investimento che dà frutti e l’unica strada per avere generazioni di nuovi talenti. Chiaramente, però, è un processo lungo e difficile, che richiede pazienza”.

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