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Pastore punge l’Italia: “Troppa paura dei giovani, si aspetta che abbiano 24 anni per farli giocare”
Javier Pastore analizza la crisi del calcio italiano: dalla fine del calcio di strada alla paura di lanciare i diciannovenni. “Serve personalità”.
Javier Pastore: “Il talento nasce in strada, ma l’Italia ha paura dei giovani”
La magia del calcio non ha bisogno di grandi palcoscenici: basta una giornata di sole, un campetto e un pallone. Lo sa bene Javier Pastore, l’indimenticato “Flaco” di Palermo e Parigi, che oggi presta il volto al progetto Fifa Arena per promuovere l’inclusione attraverso il gioco. In un’intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, l’argentino ha analizzato la crisi del calcio moderno, puntando il dito contro la perdita del talento “di strada” e l’eccessiva cautela dei club italiani nel lanciare i nuovi prospetti.
La strada come unica vera scuola di tecnica
Per Pastore, la tecnica e l’astuzia che lo hanno reso celebre non sono frutto di accademie, ma delle ore trascorse a giocare ovunque: asfalto, garage, terra o fango. “Finita la giornata di scuola andavo ad allenarmi due o tre ore con la squadra di quartiere. E appena tornavo a casa, posavo il borsone e scappavo fuori per giocare con gli amici per strada, finché mia mamma non mi chiamava dentro per cenare. Tutta la mia infanzia è stata così, fino ai quindici, sedici anni”.
Secondo l’argentino, è proprio questa libertà creativa a mancare nei settori giovanili moderni:
“Noi giocavamo ovunque, in casa, in garage, per strada, sull’asfalto, sul cemento, oppure nei campetti di terra e fango. Ed è così che sviluppi il talento, perché impari le astuzie e a gestire la palla che rimbalza in modo diverso a seconda del tipo di terreno. Altre volte si giocava utilizzando i muri come un compagno di squadra. Sono tutte cose che impari solo a quell’età. Nessuno te le insegna in un centro di formazione. E tanto meno quando arrivi in qualche squadra professionistica”.
L’anomalia italiana: giovani a 24 anni
Il passaggio più critico dell’intervista riguarda la mentalità dei dirigenti in Serie A. Pastore mette a confronto la sua esperienza con quella di molti talenti attuali, intrappolati in un limbo generazionale che ne frena la maturazione.
“C’è una grande responsabilità dei club italiani che dovrebbero dare molto più spazio ai giovani, senza aspettare che abbiano compiuto 23-24 anni per farli giocare. Ricordo che quando arrivai a Palermo c’erano giocatori di quell’età che non giocavano perché i dirigenti dicevano che dovevano crescere. Io a 19 già giocavo. Se non cambia questa mentalità, è impossibile che i giovani maturino forza e fiducia in loro stessi, necessarie per sentirsi pronti. Poi diventa troppo tardi per acquisirle”.
Il rischio del terzo Mondiale saltato
Questa gestione miope del vivaio e la carenza di personalità tecnica hanno ripercussioni dirette sulla Nazionale, portando a un calo di competitività evidente rispetto alle generazioni passate. Pastore ne ha parlato proprio in questi giorni, alla vigilia di un appuntamento delicatissimo sulla strada dell’Italia verso – si spera – il Mondiale.
“C’è una differenza enorme di qualità tecnica e personalità tra l’Italia di una ventina di anni fa e quella di oggi, a parte tre o quattro giocatori”.
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