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Luca Toni, l’allarme per la Nazionale: “Servono regole per i giovani”
Luca Toni analizza la crisi della Nazionale e chiede riforme per il calcio giovanile: “Servono regole per far crescere i giovani”.
Oltre la Nazionale, il problema è il sistema
Il fallimento della Nazionale italiana non può essere archiviato con la semplice discussione sul commissario tecnico, sul modulo o sulle scelte di formazione. È questa, in sintesi, la posizione di Luca Toni, che nelle ultime ore ha affrontato i principali temi dell’attualità calcistica italiana parlando con i media presenti al World Padel Tour. L’ex attaccante azzurro parte dalla ferita più recente, quella dell’ennesima mancata qualificazione al Mondiale, ma invita a non fermarsi alla superficie.
“Mah, non so, peggio non possiamo fare. Speriamo di ripartire. Abbiamo preso un’altra legnata non andando al Mondiale ancora. Al di là di Mancini spero si possa cambiare un po’ tutto, anche a livello giovanile. Mancini avrà le sue idee, le porterà avanti, ma è un discorso più ampio… non dimentichiamoci del calcio giovanile, non parliamo solo della Nazionale. I ragazzi devono crescere. Mancini ha troppi pochi giocatori dove può scegliere. Devono fare delle riforme a livello giovanile per far crescere questi giovani. Quello è il problema più grave”.
Il rischio di cercare un solo colpevole
Il punto centrale del ragionamento di Toni è proprio questo: individuare un unico responsabile rischia di essere una scorciatoia. La Nazionale rappresenta soltanto il segmento finale di un percorso che parte molto prima, dai settori giovanili, dalle strutture, dalle metodologie di allenamento e dalle opportunità concesse ai ragazzi.
Dopo una delusione così pesante, il dibattito tende inevitabilmente a concentrarsi sull’allenatore. È il destino di ogni commissario tecnico: quando i risultati non arrivano, il suo lavoro finisce sotto esame. Ma secondo Toni sarebbe un errore ridurre tutto alla figura di Mancini. Il problema, piuttosto, riguarda la capacità del sistema italiano di produrre con continuità calciatori pronti per il massimo livello.
La questione non è soltanto trovare nuovi talenti, ma creare le condizioni perché possano crescere, giocare e sbagliare prima di essere chiamati a vestire la maglia azzurra. Se il bacino dal quale pescare resta ristretto, anche il commissario tecnico si trova inevitabilmente con margini di scelta limitati.
Tre Mondiali senza l’Italia: un campanello d’allarme
Il dato evocato da Toni è difficile da ignorare: l’Italia è arrivata a tre mancate partecipazioni al Mondiale. Un’assenza che non può più essere considerata un incidente isolato o una semplice serie negativa. Deve diventare, al contrario, il punto di partenza per interrogarsi sulle fondamenta del calcio italiano.
“Se n’è parlato tanto… sono tre volte che non andiamo al Mondiale. Dalle strutture alle regole, però se n’è parlato tanto le prime due settimane, mentre adesso parliamo di Mancini, i sistemi di gioco. Ma cerchiamo di non dimenticarci di fare delle riforme”.
È proprio il passaggio dall’emergenza alla programmazione che sembra mancare. Dopo ogni eliminazione si apre una discussione sulle cause, vengono individuati i problemi e si invocano cambiamenti. Poi, con il passare delle settimane, l’attenzione si sposta nuovamente sui risultati, sugli allenatori e sulle partite. Il rischio è quello di affrontare ancora una volta il sintomo senza intervenire sulla malattia.
Più spazio ai giovani nelle prime squadre
La proposta di Toni guarda quindi direttamente al rapporto tra settore giovanile e calcio professionistico. Perché un giovane possa realmente affermarsi, non basta allenarsi bene o essere considerato un talento: deve avere uno spazio concreto nelle prime squadre. “Servono giocatori che per 3-4 anni possano trovare uno sbocco anche nelle prime squadre, non credere sempre negli stranieri”.
È una riflessione che chiama in causa soprattutto i club. Il calcio italiano, nella sua ricerca immediata del risultato, spesso tende a privilegiare soluzioni già pronte. Il giovane diventa così un investimento sul futuro che, però, può entrare in conflitto con le esigenze del presente.
Regole per cambiare davvero il sistema
Da qui l’idea di intervenire anche attraverso norme capaci di obbligare le società a dare maggiore spazio ai calciatori italiani più giovani. Non soltanto appelli alla valorizzazione dei talenti, dunque, ma meccanismi concreti in grado di modificare le abitudini dei club. “Abbiamo spinto tanto appena è successo il casino, adesso non se ne parla tanto di riforme. Magari che gli Under 23 o Under 20 siano obbligati ad andare nelle prime squadre, come aveva detto anche Spalletti. Bisogna cercare di mettere delle regole che forzino le squadre a immettere giovani nel calcio italiano”.
Il messaggio dell’ex centravanti è netto: la Nazionale non può essere considerata un’entità separata dal resto del movimento. Se l’Italia vuole tornare stabilmente ai Mondiali, la ricostruzione deve partire dal basso. Servono strutture, regole, percorsi formativi e soprattutto occasioni vere per i giovani. Altrimenti ogni nuova generazione di commissari tecnici sarà costretta a fare i conti con lo stesso problema: pochi giocatori tra cui scegliere e un sistema che continua a produrre meno di quanto il calcio italiano avrebbe bisogno.
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