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Mancini e Ranieri, il diktat sui giovani per rilanciare l’Italia

Ranieri e Mancini presentano il progetto per la Nazionale: giovani, settori giovanili e riforme per rilanciare il calcio italiano.

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Roberto Mancini
Roberto Mancini

Un nuovo inizio, ma la vera partita si gioca lontano dal campo

L’Italia riparte da una coppia che conosce profondamente il calcio italiano. Roberto Mancini torna alla guida della Nazionale come commissario tecnico, mentre Claudio Ranieri assume il ruolo di direttore tecnico. Una scelta forte, quella voluta dal nuovo presidente della FIGC Giovanni Malagò, che ha deciso di affidare il rilancio degli azzurri a due figure di grande esperienza, con l’obiettivo di intervenire non soltanto sui risultati della Prima squadra, ma anche sulle fondamenta dell’intero movimento.

Le prime parole dei due protagonisti hanno delineato con chiarezza una divisione dei compiti. Mancini sarà chiamato a ricostruire una Nazionale competitiva sul terreno di gioco, mentre Ranieri lavorerà dietro le quinte per affrontare problemi strutturali che da anni frenano la crescita del calcio italiano. Due missioni differenti, ma inevitabilmente intrecciate.

Ranieri: “Bisogna riportare i bambini al calcio”

L’intervento più significativo è stato probabilmente quello di Claudio Ranieri, che ha scelto di partire dalla base della piramide. Il direttore tecnico ha spiegato che il vero cambiamento non può limitarsi ai risultati della Nazionale maggiore, ma deve nascere dal calcio giovanile e dall’accessibilità del sistema.

“C’è da lavorare. Mancini è chiamato a risolvere la situazione campo, io sono chiamato a risolvere la situazione che non si vede”, ha spiegato, sintetizzando perfettamente il senso del nuovo incarico.

Ranieri ha raccontato un episodio vissuto nei mesi scorsi a Cagliari, trasformandolo in una riflessione più ampia sul momento che attraversa il movimento italiano. “Mi sono sentito dire: i bambini spendono troppo per giocare a calcio. Non ce lo possiamo permettere”. Una frase semplice, ma che evidenzia un problema sempre più evidente: il costo della pratica sportiva rischia di allontanare molte famiglie e di restringere il bacino da cui il calcio italiano può attingere i propri talenti.

L’obiettivo dichiarato è chiaro: trovare il modo di abbattere queste barriere economiche e rendere il calcio nuovamente accessibile. “Dobbiamo riportare i bambini al calcio”, ha ribadito Ranieri, indicando una priorità che va ben oltre gli aspetti tecnici.

Il nodo della crescita dei giovani

Se l’accessibilità rappresenta il primo tema, il secondo riguarda il percorso di formazione dei calciatori italiani. Secondo Ranieri, il problema non è la qualità del lavoro svolto nei settori giovanili, che anzi continuano a produrre risultati importanti nelle competizioni internazionali.

“Penso che le nazionali giovanili lavorino bene”, ha ricordato, sottolineando come i successi ottenuti nelle varie categorie dimostrino che il talento non manca.

Il vero ostacolo arriva però nel momento del passaggio verso il calcio dei grandi. “Il salto difficile è dall’Under 21 alla Prima Squadra. Dobbiamo capire come invertire questo trend”. È proprio in questa fase che molti prospetti si fermano, senza riuscire a trasformare il proprio potenziale in una carriera di alto livello.

Una riflessione che apre interrogativi profondi sulle modalità di crescita dei giovani italiani e sulle opportunità offerte dai club professionistici.

Meno ossessione per il risultato, più formazione individuale

Ranieri ha poi individuato un altro aspetto sul quale intervenire: il modo in cui vengono educati i giovani calciatori.

Secondo il direttore tecnico, il calcio italiano ha costruito negli anni ottime basi dal punto di vista dell’organizzazione tattica collettiva, ma ha progressivamente trascurato lo sviluppo delle qualità individuali.

“Dobbiamo tornare a sviluppare la tattica individuale nei settori giovanili”, ha spiegato, evidenziando come oggi molti ragazzi vengano preparati soprattutto all’interno di schemi rigidi, senza lavorare abbastanza sulla capacità di leggere autonomamente le situazioni di gioco e di risolverle con tecnica e personalità.

Alla base di questo fenomeno, secondo Ranieri, c’è anche la pressione esercitata sugli allenatori dei vivai. “I nostri giovani allenatori non fanno più certe cose perché devono vincere. Dobbiamo smetterla”. Una critica diretta alla cultura del risultato immediato, che spesso porta a privilegiare la vittoria nel fine settimana rispetto alla crescita tecnica del singolo calciatore.

Per Ranieri il percorso deve cambiare fin dalle categorie di base: insegnare, correggere e formare devono tornare a essere gli obiettivi principali di ogni settore giovanile.

Mancini guarda al presente senza demonizzare gli stranieri

Sul fronte della Nazionale maggiore, Roberto Mancini ha invece affrontato uno dei temi più dibattuti degli ultimi anni: la presenza degli stranieri in Serie A.

L’ex commissario tecnico ha scelto un approccio pragmatico, evitando di individuare nella composizione del campionato la causa principale delle difficoltà italiane.

“La percentuale di stranieri in Serie A è quella di quattro o cinque anni fa, quando ero già qui”, ha osservato, ricordando come questo dato non rappresenti una novità.

Per Mancini il punto centrale è un altro: i giovani italiani devono avere la possibilità di confrontarsi presto con il calcio dei grandi. “Quello che possiamo fare è far giocare i giovani con i più grandi per farli crescere”. L’esperienza diretta, secondo il tecnico, rappresenta il miglior strumento di formazione.

Anche l’eventuale scelta di trasferirsi all’estero non viene vista come un limite. Al contrario, per Mancini può trasformarsi in un’opportunità di crescita. “Se vanno all’estero e giocano è una cosa buona”, ha concluso, ribadendo che ciò che conta davvero è accumulare minuti, responsabilità ed esperienza ad alto livello.

Un progetto che guarda oltre le qualificazioni

Le parole di Mancini e Ranieri raccontano un progetto che va oltre l’immediata necessità di riportare l’Italia ai vertici internazionali. Da una parte c’è l’urgenza di ricostruire una Nazionale competitiva, dall’altra la consapevolezza che senza un intervento sulle radici del sistema ogni successo rischierebbe di essere soltanto temporaneo.

L’idea della nuova FIGC sembra essere quella di affrontare contemporaneamente il presente e il futuro: affidare a Mancini il compito di restituire identità e risultati agli azzurri, mentre Ranieri lavorerà per modificare un sistema che, negli ultimi anni, ha mostrato limiti evidenti nella formazione e nella valorizzazione dei talenti.

Ridurre i costi per le famiglie, riportare al centro la crescita tecnica dei ragazzi, accompagnare meglio il passaggio dal calcio giovanile a quello professionistico e creare maggiori occasioni per i giovani rappresentano i pilastri di un programma ambizioso. Perché la rinascita della Nazionale, come hanno lasciato intendere i due nuovi protagonisti, non dipenderà soltanto da ciò che accadrà nei novanta minuti di una partita, ma soprattutto da quello che verrà costruito nei campi di periferia e nei settori giovanili di tutta Italia.

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