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Italia, 20 anni fa il Mondiale: come si può tornare a vivere quelle “Notti magiche”
Il 9 luglio 2006 diventavamo Campioni del Mondo per la quarta volta. Come si può tornare a quelle notti di sogno ed entusiasmo?
Italia: a vent’anni dal Mondiale, tutto è cambiato
Di solito, rifugiarsi nei ricordi è un potentissimo anestetizzante. Ti aiuta a dimenticare, a ripensare a momenti più emozionanti. Eppure, nel caso dell’Italia, forse riavvolgere il nastro è addirittura autolesionista. Il 9 luglio 2006: data scolpita nella memoria storica del paese, il giorno in cui ci siamo laureati Campioni del Mondo per la quarta volta. L’inizio e la fine, perché rappresenta l’espressione massima della gioia, ma anche il punto di non ritorno di un intero movimento. Da allora, solamente delusioni: due uscite ai gironi nei Mondiali 2010 e 2014; e poi, quei tre flop consecutivi. Per questo, rievocare quell’evento deve far riflettere: esistono dei modi per tornare alle proverbiali “notti magiche”, ma serve un cambio di rotta deciso.
Dal sogno Mondiale all’incubo
Dal 9 luglio 2006 al 9 luglio 2026: l’Italia calcistica, che oggi torniamo ad idealizzare celebrando quel risultato impressionante, ma ormai lontano nella memoria, sta attraversando forse la sua crisi più profonda. A livello di identità, cultura, rendimento, crescita; insomma, un declino di sistema, a cui nessuno ha trovato una soluzione. Partiamo da un elemento, che ci permette di fare una fotografia del sentimento popolare nei confronti della Nazionale. L’Azzurro è un mondo percepito come distante, vissuto in maniera asettica e distaccata da molti italiani, a differenza di venti anni fa. Le continue delusioni hanno cambiato il paradigma di riferimento, diventando una normalità a cui abituarsi.
Si è persa la voglia di partecipare ad un vero e proprio rito sociale. Chiamatela passione, senso di appartenenza, o semplicemente tifo: quando c’era l’Italia, vent’anni fa un intero paese rallentava, anzi arrestava completamente la sua corsa. Oggi invece, si prende la mancata qualificazione al terzo mondiale di fila come una notizia come le altre. Come si lavora su questo bias cognitivo? Inserendo nuovamente cultura, rimettendo il talento al centro dell’equazione, e soprattutto valorizzando in primis il percorso di crescita, che fa da traino verso il risultato (e non viceversa).
La formula per tornare a vivere… Notti Magiche
Premessa importante: nessuno ha la presunzione di conoscere la ricetta precisa per riportare il calcio italiano dove meriterebbe. Ci sono però degli elementi abbastanza importanti, che negli anni sono stati relegati ai margini e che ci hanno portato oggi ad una situazione francamente evitabile. Primo su tutti, la mancanza di fiducia nei confronti del nostro talento: su questi lidi torniamo spesso a trattare questo tema, ma oggi più che mai è importante farlo. Le nuove generazioni hanno innescato un esodo dai nostri settori giovanili, e si parte sempre prima: basti pensare ad Andrea Natali, che a 10 anni aveva già lasciato l’Italia per cominciare il suo viaggio europeo tra Barcellona, Inghilterra, Germania e Olanda. Inacio e Reggiani sono altri esempi, entrambi classe 2008 per certi versi “costretti” a brillare all’estero, dove sono ormai titolari al Dortmund.
Palestra, Calafiori, Udogie e Kayode fanno invece parte di quel nutrito gruppo di ragazzi che arrivati alla maturazione, sono stati chiamati dall’Inghilterra, che al momento rappresenta l’élite del calcio mondiale. Insomma, non abbiamo mai smesso di produrre talento, semmai abbiamo smesso di crederci veramente. Si lega a doppio filo anche la questione dell’errore come parte di un percorso: i ragazzi devono poter sbagliare, e in questi giorni lo stiamo vivendo con l’Under 19, che è uscita ai gironi dell’Europeo e ha mancato la qualificazione ai Mondiali U20. Due scossoni tremendi, ma funzionali qualora venissero assorbiti nel modo giusto: non è un errore a definire la qualità di un ragazzo, ma ciò che dimostra sul terreno di gioco.
Concludiamo con un appunto necessario: ci si aspetta un nome importante come nuovo Commissario tecnico, ma la sensazione è che questa sia solo la punta dell’iceberg. Soltanto cambiando le fondamenta si potranno costruire basi solide, e queste non riguardano soltanto il selezionatore chiamato a fare le sue scelte. Insomma, il lavoro da fare è tanto, ma solamente riconoscendo l’esistenza del problema, si potrà pensare ad una soluzione. Un problema che non implica esclusivamente il discorso tecnico.
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