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Giovani, futuro e riforme… Tutto giusto ma c’è una condizione: niente obblighi

Il calcio giovanile italiano ha talento: servono investimenti, programmazione e fiducia. I giovani devono tornare al centro del sistema.

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Calcio Italiano

Il talento non manca. Manca il coraggio di crederci

Ogni volta che l’Italia manca un appuntamento importante, il calcio italiano si riscopre improvvisamente malato. Accade sempre così: per qualche giorno, forse qualche settimana, si moltiplicano analisi, proposte, responsabilità da individuare e ricette per tornare grandi. Si parla di riforme, di giovani, di infrastrutture, di vivai, di stranieri, di Serie A e di Nazionale. Tutti sembrano avere una soluzione. Poi, però, ricomincia il campionato. Tornano le classifiche, le partite da vincere, gli allenatori da confermare o esonerare, il mercato e la necessità del risultato immediato. E gran parte di quelle riflessioni finisce rapidamente nel cassetto.

È forse questo il primo problema del nostro calcio: l’incapacità di trasformare l’emergenza in programmazione. Siamo bravissimi a interrogarci sulle nostre difficoltà quando siamo con le spalle al muro, molto meno a costruire un percorso quando l’emergenza è passata. Il mancato accesso al Mondiale deve invece rappresentare un’occasione per fermarsi davvero. Non per cercare il colpevole di turno, ma per capire dove intervenire. E tra i tanti temi sul tavolo ce n’è uno che dovrebbe avere una priorità assoluta: il calcio giovanile.

Il talento italiano esiste. Ma quanto ci crediamo davvero?

“Il talento in Italia c’è”. È una frase che abbiamo ascoltato centinaia di volte. Il problema è che, per quanto possa sembrare una considerazione ormai abusata, è anche tremendamente vera. Il talento non è improvvisamente scomparso dai nostri campi. Continua a esserci, nei settori giovanili delle grandi società così come nelle realtà di provincia. Ci sono ragazzi che possiedono qualità tecniche, personalità e caratteristiche per immaginare un futuro importante. Ciò che spesso manca è il percorso necessario per accompagnarli verso quel futuro.

Perché individuare un talento è soltanto il primo passo. Il vero lavoro comincia dopo. Servono strutture adeguate, allenatori preparati, metodologie moderne, continuità e soprattutto una società che abbia un’idea precisa di ciò che vuole fare con i propri giovani. Un settore giovanile non può essere considerato soltanto un serbatoio dal quale attingere occasionalmente o, peggio ancora, una voce di bilancio. Deve essere un investimento strategico. Ed è proprio qui che il sistema italiano deve compiere un salto culturale.

Non servono obblighi, servono condizioni

Negli ultimi anni si è discusso spesso della possibilità di imporre alle società l’utilizzo dei giovani in prima squadra. L’obiettivo è condivisibile: aumentare lo spazio per i ragazzi e creare un collegamento più forte tra settore giovanile e calcio dei grandi. Ma imporre un giovane non significa necessariamente valorizzarlo. Un ragazzo dovrebbe arrivare in prima squadra perché è pronto, perché l’allenatore crede nelle sue qualità e perché il club ha costruito attorno a lui un percorso coerente. Non semplicemente perché una norma lo impone.

Il rischio, altrimenti, è quello di trasformare una buona intenzione in un meccanismo artificiale. E soprattutto di confondere la quantità delle presenze con la qualità della crescita. La domanda dovrebbe essere un’altra: come possiamo creare le condizioni affinché i club abbiano convenienza, competenze e coraggio per investire sui propri giovani? È qui che una riforma avrebbe davvero senso.

Incentivi economici, investimenti nelle strutture, valorizzazione dei centri sportivi, formazione continua degli allenatori, premi legati alla crescita effettiva dei calciatori e meccanismi che rendano più difficile perdere precocemente i migliori talenti. Non un obbligo a schierare un ragazzo, ma un sistema che renda conveniente costruire il futuro in casa.

Il calcio giovanile deve tornare al centro

Per troppo tempo il settore giovanile è stato raccontato come qualcosa di importante, senza però essere trattato come una vera priorità. Eppure è esattamente lì che dovrebbe partire qualsiasi progetto di rilancio. Non esiste una Nazionale forte senza un movimento forte. E non esiste un movimento forte se i ragazzi più promettenti non trovano un ambiente capace di accompagnarli nella loro crescita. Il punto non è soltanto produrre calciatori. È produrre calciatori migliori.

Per farlo bisogna investire nei formatori tanto quanto nei ragazzi. Bisogna aggiornare strutture e metodologie, lavorare sulla preparazione atletica e sulla tecnica, ma anche sulla componente mentale. Un giovane calciatore deve essere messo nelle condizioni di sbagliare, imparare e riprovare. Perché la crescita non è una linea retta. E soprattutto non può essere compressa dalla necessità di ottenere risultati immediati a ogni costo.

L’erba del vicino non è sempre più verde

Nel frattempo, continuiamo a guardare fuori dai nostri confini. E sia chiaro: non c’è nulla di sbagliato nel mercato internazionale. Il talento è universale e un campionato competitivo deve poter accogliere calciatori provenienti da ogni parte del mondo. Il problema nasce quando l’acquisto diventa più semplice dell’investimento. È molto più immediato andare sul mercato e individuare un giocatore già formato o considerato pronto per la Serie A. Molto più complesso è prendere un diciassettenne, costruire attorno a lui un percorso e accettare che possa attraversare momenti di difficoltà. Così rischiamo di cercare fuori quello che, almeno in parte, abbiamo già dentro casa.

Mentre osserviamo con attenzione giocatori come Openda, David o Estupiñán, dovremmo anche chiederci quanto spazio e quanta attenzione stiamo riservando ai nostri Bartesaghi, Comotto, Licina e a tutti quei ragazzi che stanno cercando di conquistarsi un posto nel calcio che conta. Non significa preferire un italiano a uno straniero. Significa non dimenticare di guardare nel proprio vivaio prima di aprire il portafoglio.

Quando il talento scappa, la domanda è perché

C’è poi un altro fenomeno sul quale sarebbe necessario interrogarsi con maggiore serietà: la fuga dei giovani talenti italiani verso l’estero. Negli ultimi anni abbiamo visto diversi ragazzi scegliere campionati e club stranieri perché lì hanno individuato un progetto, un percorso di crescita e una prospettiva più chiara. Reggiani, Inacio e Mané al Borussia Dortmund, Chiarodia in Bundesliga, Natali cresciuto in Olanda sono soltanto alcuni esempi di una tendenza più ampia.

Non bisogna demonizzare questa scelta. Un giovane ha tutto il diritto di cercare il contesto migliore per crescere. E se un club straniero riesce a offrire ciò che una società italiana non riesce a garantire, il problema non è del ragazzo che parte. La domanda, semmai, è perché parta. Se un talento viene convinto che dall’altra parte del confine esista un percorso più credibile, forse dovremmo interrogarci sulla qualità dei percorsi che stiamo costruendo qui.

Serve anche una rivoluzione culturale

Le riforme, però, da sole non basteranno. Perché il tema dei giovani è anche una questione di mentalità. Degli allenatori, dei dirigenti, dei media e dei tifosi. In Italia siamo ancora troppo legati all’idea che il giovane debba prima dimostrare tutto e soltanto dopo ricevere fiducia. In altri contesti, invece, la fiducia rappresenta proprio uno degli strumenti attraverso i quali il talento viene fatto crescere. È un cambiamento sottile, ma fondamentale.

Un ragazzo può sbagliare. Può attraversare una partita negativa. Può commettere un errore decisivo. Non per questo deve essere immediatamente bocciato. Anche la narrazione deve cambiare. Se ogni errore di un ventenne viene trasformato in una sentenza e ogni prestazione negativa diventa la dimostrazione che “non è pronto”, stiamo chiedendo ai giovani qualcosa che spesso non pretendiamo dagli adulti: la perfezione.

Un giovane può essere parte della vittoria

Esiste poi un equivoco che andrebbe definitivamente superato: l’idea che puntare sui giovani significhi necessariamente rinunciare a vincere. Non è così. Juventus, Inter, Milan, Roma e tutte le altre società hanno certamente l’obiettivo di ottenere risultati. Nessuno può chiedere a un grande club di sacrificare la competitività in nome di un progetto giovanile. Ma nessuno dovrebbe nemmeno pensare che le due cose siano incompatibili.

Se un giovane è realmente forte, deve avere l’opportunità di giocare. Se ha qualità sufficienti per incidere, la sua età non dovrebbe rappresentare un ostacolo. Il compito di una società non è regalargli spazio. È metterlo nelle condizioni di meritarselo. Ed è proprio qui che esperienza e gioventù possono incontrarsi. Un veterano può essere un riferimento, un giovane può portare entusiasmo, energia e nuove soluzioni. Il calcio non dovrebbe essere una contrapposizione tra generazioni, ma una sintesi.

Dal clamore alla programmazione

Il rischio più grande, adesso, è che anche questa discussione faccia la stessa fine delle precedenti. Per qualche settimana parleremo di riforme. Poi arriveranno le partite, le polemiche, il mercato e le classifiche. E torneremo a occuparci quasi esclusivamente del presente. Il calcio italiano, invece, ha bisogno di pensare al futuro. Non servono rivoluzioni annunciate ogni quattro anni. Serve una programmazione seria, condivisa e soprattutto continuativa. Un progetto che non cambi con il risultato di una partita o con l’elezione di un nuovo presidente.

Il settore giovanile deve tornare a essere una delle fondamenta del sistema, non un argomento da rispolverare quando la Nazionale fallisce. Il talento, in fondo, non ci ha mai abbandonato. Forse siamo noi che, troppo spesso, abbiamo smesso di guardarlo abbastanza a lungo.

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