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Italia, niente Mondiali: ora c’è da far parlare i fatti

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Nazionale, Italia, Barella

Debacle Italia: eliminata dal terzo mondiale di fila

Si dice che dopo aver toccato il fondo si possono fare soltanto due cose: continuare a scavare o risalire. Ebbene, suoneremo spietati, ma l’Italia sembra aver scelto la seconda opzione. E il verdetto di Zenica è soltanto l’ultimo capitolo di un collasso sistemico, un tracollo di un intero movimento che non sa rinnovarsi, ricadendo sempre negli stessi errori. Per il terzo Mondiale consecutivo, siamo costretti a vivere in maniera distaccata, quasi asettica, una competizione che ci avrebbe unito sotto gli stessi colori e verso lo stesso sogno.

Le cronache di un disastro annunciato?

Si potrebbero aprire mille parentesi, cominciando da quella delle responsabilità, a quanto pare sconosciute in certi vertici del nostro movimento. Ci piace però sottolineare quello che diciamo da sempre: l’Italia respinge l’idea del cambiamento, rifiuta la ricerca di un risultato tramite un percorso di crescita, fatto di visione e ricambio generazionale. E con questo atteggiamento quasi autolesionista, sta devitalizzando il suo stesso sistema e sta entrando in una spirale negativa per certi versi inevitabile. Un argomento che potrebbe dare infiniti spunti di riflessione, a cominciare da quello tecnico: nel nostro calcio, specialmente nel livello più alto della scala gerarchica, abbiamo smesso di credere nel talento.

Lo dimostra la “fuga di cervelli” di un’intera generazione, che invece nelle Nazionali giovanili e all’estero con i club brilla. Natali, Inacio, Reggiani, Della Rovere, non sono soltanto i nomi di un futuro non ben definito, ma devono essere un simbolo concettuale. Se l’Italia continua a chiudere le porte, il talento trova il modo di aggirare il problema, ma non può diventarne la risoluzione. Da qui, si snoda il pensiero attorno a cosa ci riserverà l’indomani, ma l’equazione non può essere invertita: i giovani e il ricambio non possono passare da soluzione a problema, ma devono essere l’antidoto.

L’inutile caccia all’alibi non deve dirottare l’attenzione

L’arbitraggio di stasera, a tratti discutibile, poi l’inferiorità numerica per circa ottanta minuti; infine, la mancata espulsione di Muharemovic. Se si dovesse cominciare una ricerca ossessiva dell’alibi più credibile, non si inquadrerebbe il problema. Gattuso ha già chiesto scusa, ma il commissario tecnico ha preso l’incarico in corsa e ha cercato di rimettere insieme i pezzi di un vaso che mostrava molte crepe.

Non c’è più bisogno di parole vuote, inconsistenti, ma di un cambio di rotta. Un’inversione di tendenza che coinvolga l’intero ecosistema, a cominciare da una mentalità che viaggia in direzione ostinata e contraria rispetto ai segnali che ci dà il calcio moderno. Tornare quindi ad affidarci ai nostri ragazzi, farlo però con convinzione e facilitandone l’inserimento, non chiudendosi a riccio nei confronti del nuovo che avanza.

Il tempo ora è paradossalmente un nostro alleato: nel 2030, quando ci saranno i prossimi Mondiali potenzialmente giocabili, il modello italiano dovrà aver cambiato conformazione. Questo anche e soprattutto grazie ad una costruzione delle fondamenta, solidificando una struttura che nei suoi strati inferiori sta dando impulsi. L’Under 17, l’U18, l’U19, l’U20, perfino l’U21: tutti gli ingranaggi devono essere parte del motore, alimentando un cambio di passo necessario già da adesso.

Insomma, l’orizzonte si sposta inesorabilmente più in là, e la sensazione peggiore è che stia diventando un abitudine collegare gli Azzurri ad un fallimento Mondiale. Un’associazione di idee inquietante per il futuro, se non si agisce subito per revitalizzare un sistema ormai crollato su sé stesso.

Luca Ottaviano

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