Notizie
Italia, ora bisogna ripartire. Dal modello Spagna alle seconde squadre: le 3 strade per uscire dalla crisi
Analisi post eliminazione: dai centri federali stile Francia alla riforma dei tecnici e delle seconde squadre. Ecco perché il calcio italiano deve cambiare.
Il duro day-after del calcio italiano: da dove si riparte?
Il giorno dopo una sconfitta così cocente è il momento adatto per capire cosa non ha funzionato. L’Italia non parteciperà nemmeno ai prossimi Mondiali, mettendo in mostra le evidenti lacune strutturali che il nostro calcio ha rispetto al resto del mondo. Fanno male, in questo senso, le dichiarazioni del presidente della FIGC che sostiene che gli sport dove la nostra Nazione sta avendo successo siano “dilettantistici”. Gli evidenti problemi strutturali del movimento calcistico italiano sono ancora presi sottogamba. Proviamo insieme a fare un quadro della situazione per capire da dove ripartire.
Gli esempi di Francia e Spagna
L’Italia non è l’unica nazione che, nel corso degli ultimi 30 anni, si è trovata a fronteggiare una crisi. Se si pensa alle due Nazionali più importanti nel calcio europeo di oggi, Francia e Spagna, vediamo come entrambe abbiano ovviato ai loro problemi più o meno nello stesso modo: centri federali sparsi sul territorio per permettere ai giovani talenti di crescere e svilupparsi seguiti dai migliori tecnici del territorio.
Ovviamente, questi due sistemi hanno grandi differenze strutturali, visto che la cultura calcistica dei due Paesi è abbastanza diversa. Mentre gli iberici hanno messo al centro la tecnica, i francesi hanno puntato sulla formazione del talento a tutto tondo. Questo dimostra come non esiste una strada ben delineata, e come ogni progetto vada poi adattato al contesto di sviluppo. Rimane la convinzione che dei centri federali sparsi sul territorio possano fare la differenza per individuare immediatamente i talenti e farli crescere al meglio.
Coltivare il talento: l’importanza di formare dei tecnici preparati
Il talento, come una pianta, ha bisogno poi di essere sostentato per poter fiorire. Proprio in questo diventa fondamentale rispolverare la proposta di Baggio, di cui abbiamo ampiamente parlato in precedenza. Il “Divin Codino” sottolineava già 15 anni fa come nel processo di crescita di un calciatore è fondamentale avere al proprio fianco non solo degli allenatori preparati, ma anche degli educatori in grado di formare il calciatore dal punto di vista umano e professionale. Prendendo in esempio anche solo la partita con la Bosnia, è evidente come la differenza non l’abbia fatta la tecnica, bensì l’aspetto mentale, sia nei 120 minuti sia ai rigori.
Altro aspetto fondamentale è la formazione degli allenatori. Nel nostro calcio è praticamente impossibile accedere ai patentini da allenatore UEFA A e UEFA Pro per chi non è stato calciatore professionista. Il concetto è evidentemente sbagliato, visti i tanti esempi virtuosi del nostro calcio e non solo (vedi Farioli, Sarri, Mourinho, Benitez e tanti altri esempi). La formazione di un allenatore può essere di vario tipo, non per forza “sul campo” negli anni trascorsi nel professionismo.
Per di più, nelle categorie inferiori, gli allenatori sono sottopagati. In quest’ottica, allenare in Eccellenza o Promozione non è considerabile come lavoro, costringendo i tecnici ad altri impieghi per poter arrivare a fine mese. Questo condiziona in maniera decisiva il loro lavoro, abbassando il livello a cascata dalla Terza Categoria fino alla Serie A. A tutto questo, si somma l’aspetto più importante: anche quando il talento riesce a fiorire in mezzo a queste difficoltà, trova davanti a sé una barriera invalicabile: quella del salto dalle giovanili al calcio “dei grandi”.
Le difficoltà del salto
Anche i campionati Primavera hanno subito numerose trasformazioni, e presentano delle criticità per come sono strutturate oggi. Molti settori giovanili, infatti, preferiscono puntare sul talento straniero per via del suo costo più basso, piuttosto che puntare sugli italiani validi per via dei vari costi, come intermediari e rimborsi. Non stiamo dicendo che i settori giovanili devono essere composti unicamente da Italiani, ma sicuramente che il numero di stranieri andrebbe sensibilmente ridotto.
Il sistema Corvino è un esempio lampante di questo, con il Responsabile dell’Area tecnica del Lecce che non si è nemmeno mai nascosto da ciò di cui sopra. Tornando agli italiani, a quelli che nonostante le difficoltà vengono fuori da questo contesto, spesso fanno fatica una volta approdati nel calcio dei grandi. Anche in questo senso, le spiegazioni sono molteplici.
Da qualche anno a questa parte, tutte le Nazionali giovanili stanno riscuotendo discreto successo, con un modo di giocare completamente diverso, però, da quello della Nazionale maggiore e dei club di Serie A. Le Nazionali giovanili puntano ad un calcio basato sul possesso del pallone, giocando spesso con il 4-3-3, sfruttando anche il talento degli esterni. Se guardiamo al nostro campionato, però, quasi nessuna squadra utilizza questo sistema tantomeno basa il suo piano tattico sul possesso del pallone. È a quel punto che il ragazzo si trova spaesato e costretto ad adattarsi ad un nuovo modo di giocare spesso non funzionale alle sue caratteristiche. In questo senso, diventa fondamentale il concetto di seconda squadra, che analizzeremo nel prossimo paragrafo.
Le seconde squadre (e le tanto difficili conclusioni)
La proposta di istituire una seconda squadra, in cui i giovani possono adattarsi al calcio dei grandi facendo un passo intermedio viene accolta positivamente da tutti i club. Nel pratico, però. viene abbandonata per via degli elevati costi e dell’assenza di strutture (stadi e centri sportivi) necessari. Ad oggi sono solo 4 le seconde squadre in Italia, di cui una (il Milan) retrocessa tra i dilettanti. Troppo poco per consentire un ricambio generazionale di talenti.
Tracciando una linea trasversale, la strada sembra segnata. Sarà necessario un azzeramento ed un intervento forte da parte della politica, con investimenti per compensare tutte le criticità del nostro calcio. Il calcio in Italia è fermo al 2006, e non fare “mea culpa” nemmeno questa volta significherebbe continuare a vivere nell’immobilismo mentre tutti gli altri ci sorpassano. Inutile oggi soffermarsi sulla partita con la Bosnia, così come è inutile pensare agli episodi sfavorevoli della partita. Fare ciò equivarrebbe a guardare il dito di chi ci sta indicando la luna.
Continua a leggere le notizie di Mondo Primavera e segui la nostra pagina Facebook