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Vi ricordate il dossier di Baggio sui giovani? Ecco il piano che l’Italia non ha ascoltato
Il piano di Roberto Baggio per riformare il calcio italiano fu ignorato nel 2011. Oggi, con la Nazionale in crisi, quel dossier appare più attuale che mai.
Il piano Baggio del 2010: un’occasione storica che il calcio italiano non ha saputo cogliere
Nel momento più delicato del calcio italiano moderno, con la Nazionale chiamata a giocarsi l’accesso al Mondiale attraverso i playoff contro Irlanda del Nord e poi – eventualmente – contro la vincente di Galles-Bosnia, torna prepotentemente d’attualità un tema che il nostro movimento non ha mai davvero avuto il coraggio di affrontare.
Un tema che risale a quindici anni fa, quando la FIGC affidò a Roberto Baggio la presidenza del Settore Tecnico con un mandato tanto ambizioso quanto necessario: ricostruire dalle fondamenta il sistema giovanile, formare meglio gli allenatori, aumentare la produzione di talenti e modernizzare un calcio che già allora mostrava segnali evidenti di declino.
Perché il dossier di Baggio nacque dopo il Mondiale 2010
Era il 2010. L’Italia era appena uscita mestamente al primo turno del Mondiale sudafricano, e la sensazione diffusa era che il trionfo del 2006 avesse solo mascherato problemi profondi. Baggio, icona tecnica e culturale del nostro calcio, prese l’incarico con serietà quasi religiosa. Non si trattò di un ruolo simbolico: nei mesi successivi mise insieme un team di 50 collaboratori, studiò modelli stranieri, analizzò dati, parlò con tecnici, docenti, dirigenti, osservatori, e produsse un lavoro titanico. Un dossier di circa 900 pagine, probabilmente il progetto più completo mai redatto in Italia sul tema della formazione calcistica.
Un progetto da 900 pagine: cosa prevedeva davvero il piano
Il dossier si snodava attorno a un’idea centrale: senza un cambiamento radicale nel modo di formare allenatori e giovani, il calcio italiano avrebbe iniziato una lunga fase di declino. Oggi, col senno di poi – guardando a due Mondiali mancati e al rischio concreto di non qualificarsi per il terzo consecutivo – sembra quasi una profezia ignorata.
Tra i punti più innovativi del progetto c’erano:
La rivoluzione nella formazione degli allenatori
Non più istruttori improvvisati o scelti per conoscenze, ma figure selezionate con criteri severi, preparate pedagogicamente, tecnicamente, psicologicamente. La priorità di Baggio era chiara: “se migliorano gli allenatori, migliorano automaticamente i giocatori”.
Scouting, dati e centri studi: l’Italia che Baggio immaginava
L’Italia sarebbe stata suddivisa in 100 distretti, ognuno monitorato da tecnici federali, con l’obiettivo di osservare migliaia di partite e raccogliere segnali precoci sui giovani di talento. Un sistema che avrebbe creato un database nazionale aggiornato e condiviso.
Piattaforme video, statistiche, schede tecniche, evoluzione dei ragazzi nel tempo: tutto digitalizzato, tutto accessibile, anni prima che concetti come data-driven o performance analysis diventassero di moda.
Test per misurare coordinazione, rapporto con la palla, capacità decisionali. Baggio denunciava che in Italia, troppo spesso, il criterio selettivo fosse legato alla fisicità precoce, mentre nei Paesi più virtuosi la qualità tecnica restava un valore fondante.
Allenatori, ricercatori, preparatori, universitari: un gruppo dedicato alla ricerca, all’innovazione metodologica, allo studio dei modelli stranieri. In altre parole, una “Coverciano 2.0”.
L’etica e l’educazione: la visione culturale del Divin Codino
Baggio insisteva sull’etica, sulla responsabilità sociale dell’atleta, sulla formazione umana del ragazzo. Per lui, il calcio giovanile non era solo tecnica e tattica, ma anche valori.
Un progetto che guardava lontano, con una prospettiva finalmente sistemica, in linea con quanto stavano già facendo – e avrebbero continuato a fare con successo – Germania, Francia e Spagna.
Perché il dossier non fu mai applicato
Baggio consegnò il dossier nel dicembre 2011 e lo presentò al Consiglio Federale. L’incontro durò poche decine di minuti. Un anno di lavoro venne liquidato con un’alzata di spalle. Ufficialmente il piano fu “approvato”, ma nei fatti non venne finanziato né calendarizzato. La FIGC annunciò uno stanziamento da 10 milioni di euro, mai arrivato. Le priorità del momento – come troppo spesso accade – erano altre.
Le dimissioni di Baggio e la fine di un progetto epocale
Baggio capì subito che non c’era volontà politica, né culturale, di applicare ciò che aveva proposto. Nei mesi successivi assistette a un lento svuotamento del suo ruolo: nessuno lo coinvolgeva, nessuna delle sue idee veniva portata avanti. A gennaio 2013, dopo due anni di frustrazione, rassegnò le dimissioni, denunciando pubblicamente la totale mancanza di fiducia e di autonomia.
Il suo dossier, formalmente approvato, restò di fatto “chiuso in un cassetto”.
Oggi come allora: cosa è rimasto irrisolto nel calcio italiano
A distanza di oltre dieci anni, i nodi irrisolti che Baggio aveva individuato nel suo dossier sono ancora gli stessi:
- produzione di talenti insufficiente
- • vivai disomogenei
- • troppi pochi minuti ai giovani in Serie A
- • scarsa formazione degli allenatori di base
- • ritardi nell’innovazione tecnica e digitale
- • assenza di una visione condivisa
La Nazionale, oggi, è costretta a inseguire. E il paradosso è evidente: molti dei problemi che ora emergono in modo drammatico erano stati previsti e analizzati nel dossier Baggio, con una precisione quasi profetica. Ma quel lavoro, che avrebbe potuto cambiare l’intera traiettoria del nostro movimento, non fu mai messo in pratica.
Ora, alla vigilia di playoff decisivi, il calcio italiano si ritrova esattamente nella situazione che il “Divin Codino” aveva temuto: un sistema che non produce abbastanza qualità e che paga anni di immobilismo.
Forse è tempo di riaprire quel dossier. O almeno di riconoscere che la soluzione, quindici anni fa, l’avevamo già avuta tra le mani. E l’abbiamo lasciata andare.
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