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ESCLUSIVA MP – “Abbiamo un grande bomber…”: Tresoldi e l’inizio della sua vita calcistica

Marco Bedini, ex allenatore di Nicolò Tresoldi, racconta la crescita del giovane attaccante e le qualità che lo hanno reso speciale.

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Tresoldi Fontanelle
Tresoldi Fontanelle

Marco Bedini, ex allenatore di Tresoldi, racconta la crescita del giovane attaccante

Tre gol e una traversa a San Siro, contro l’Inter, in una notte di Champions League destinata a restare nella memoria. L’esplosione di Nicolò Tresoldi con la maglia del Club Brugge ha sorpreso molti, ma non chi lo conosce da tempo. Tra questi c’è Marco Bedini, suo ex allenatore ai tempi del Fontanelle, che ha avuto modo di seguirne i primi passi nel calcio giovanile italiano e di apprezzarne fin da subito le qualità tecniche e caratteriali.

In questa intervista, Bedini ripercorre i ricordi legati a un ragazzo che già da giovanissimo sapeva fare la differenza, raccontando i segreti del suo talento, la mentalità competitiva e il percorso di crescita costruito senza fretta, anche grazie alla guida del padre Emanuele. Dalla scelta di vestire la maglia della Germania al possibile futuro in una grande squadra europea, passando per il paragone con Filippo Inzaghi, l’ex tecnico offre uno sguardo privilegiato sul presente e sulle prospettive dell’attaccante. Con una certezza che accompagna il racconto dall’inizio alla fine: a volte, proprio come accaduto a San Siro, la realtà supera la fantasia.

L’intervista a Marco Bedini

Partiamo dalla straordinaria prestazione di San Siro contro l’Inter: che effetto le ha fatto vederlo segnare tre gol in uno degli stadi più prestigiosi del mondo?

“È stata veramente una grande emozione, penso di aver dormito solamente 3 o 4 ore tanta era la contentezza, la gioia e devo dire anche l’incredulità. Nemmeno in un sogno mi sarei mai aspettato 3 gol ed una traversa di Nicolò. E con tutta onesta neanche una vittoria del Brugge a San Siro che, diciamoci la verità, partiva sfavorito. Ma per fortuna a volte la realtà supera la fantasia”.

La sua prestazione ha fatto parecchio rumore in Italia. Secondo lei, la difesa nerazzurra e in generale il nostro campionato hanno sottovalutato le sue qualità?

“Questo non credo, a quei livelli non penso che ci si possa permettere di sottovalutare nessuno. Voglio dire stiamo parlando della Champions, le squadre sono tutte attrezzate. In Italia ora come ora credo che Nicolò abbia diversi estimatori, anzi li aveva già da prima di Milano: in estate la Roma ha fatto dei passi importanti per averlo poi la trattativa non si è conclusa. Ci può stare. Poco fà anche la chiamata di mister Mancini per l’azzurro quindi direi di no, non credo sia sottovalutato. Il fatto che sia lì (a Brugge) è dovuto al suo percorso”.

Quando ha allenato Nicolò per la prima volta, c’è stato un dettaglio o un momento specifico in cui ha capito che aveva di fronte un talento fuori dal comune?

“Nicolò era già noto, si conosceva, si sapeva chi era, che aveva grandi qualità e grande prospettiva. Non è stata una sorpresa, io l’ho allenato a Fontanelle nel primo campionato agonistico giovanile della sua carriera in Italia. Ricordo tuttavia come se fosse ieri la chiamata dell’allora responsabile tecnico del Fontanelle Giorgio Buttò che annunciava il suo arrivo: ‘Abbiamo un grande bomber..’ mi disse. E da lì si sono incrociati i nostri cammini”.

Quali erano i suoi punti di forza da giovanissimo e in cosa trova che sia migliorato di più oggi con la maglia del Club Brugge?

“Era come è adesso, solamente più gracilino! Battute a parte ricordo un ragazzino molto molto intelligente, molto molto coordinato con una grandissima capacità di anticipazione motoria e lettura delle situazioni. Con noi giocava nei giovanissimi due anni sotto età ed era nettamente più piccolo rispetto ad avversari e compagni, doveva per forza muoversi in anticipo e vedere prima lo sviluppo del gioco. E devo dire che lo faceva in maniera eccellente. Dentro l’area di rigore era immarcabile, prendeva il tempo su tutti. Oggi rispetto a quando era bambino ha imparato a mantenere quella leggerezza necessaria per divertirsi e giocare sempre con il sorriso. E ritengo che non sia cosa da poco viste le pressioni cui può essere sottoposto a questi livelli”.

A livello caratteriale, che tipo di ragazzo era in campo e nello spogliatoio? C’era già quella determinazione che serve per arrivare ad alti livelli?

“Era un ragazzino sempre sorridente e ben voluto da tutti, diciamo anche un po’ la mascotte visto che era il più piccolo ma anche il più bravo quindi anche un leader tecnico. Il bello è che poi in campo rispetto a fuori era tutta un altra persona: voleva vincere ed era estremamente competitivo, un grande lottatore. L’ho visto anche piangere per partite perse tanta era la voglia di competere. E questa credo sia una grandissima dote”.

Nicolò ha origini italiane ma finora ha vestito la maglia della Germania. Da suo ex allenatore, come giudica questa scelta? Pensa che per l’Italia ci sia il rammarico di esserselo lasciato sfuggire?

“Nicolò è italiano, è cresciuto qui ma la nazionale (giovanile intendo) lo ha un po’ accantonato, via via non lo hanno ‘visto’. Viceversa in Germania, dove comunque ha vissuto tanti anni, è stato valorizzato, è stato fatto parte di un progetto, è stato fatto sentire importante. Quindi va capito, è normale per lui sentirsi diviso a metà. Posto che io spero di vederlo in azzurro e ne sarei felicissimo capisco anche la sua divisione 50 e 50 e alla fine bisognerà accettare e rispettare qualsiasi decisione. Non possiamo pretendere che una persona sia patriottica dopo che è stata snobbata, dopo che ci scopriamo in difficoltà e che ci accorgiamo del suo valore grazie ad altri”.

Crede che la porta dell’Italia sia definitivamente chiusa o c’è ancora la speranza di vederlo un giorno in maglia azzurra?

“I margini ci sono, l’importante e non tirarlo per la giacchetta. Ha bisogno di più tempo, non vuole bruciare le tappe e vuole crescere con gradualità, farsi trovare pronto quando prenderà una decisione. Questo poi è il grande segreto della sua vita e della sua formazione che, va detto, è stata guidata interamente dal padre, una persona estremamente competente ed intelligente. Papà Emanuele non ha mai voluto bruciare le tappe ma far fare i giusti passi a Nicolò. E questa è una grande lezione da prendere. Quando tutti volevano andare nei professionisti lui voleva solo farlo divertire e fargli fare un percorso, in un mondo in cui tutti volevano un allenatore urlatore lui cercava persone più miti e pacate in panchina, che lasciassero spazio ai ragazzi, in un mondo in cui tutti volevano portare i figli in squadre dove si vince il campionato lui, relativamente alla categoria giovanissimi ben inteso, si accontentava del metà classifica. ‘È più formativo per questa fascia di età’, sosteneva, ‘i campionati si vincono dagli allievi in su'”.

Per caratteristiche fisiche e tecniche, a quale grande attaccante del passato o del presente lo paragonerebbe?

“Il paragone con super Pippo Inzaghi è assolutamente azzeccato per fiuto, senso del gol e scaltrezza. Anche se rispetto a lui ha più forza fisica e di conseguenza migliori capacità di protezione palla. Inoltre è anche più bravo tecnicamente, calcia anche le punizioni, cosa che Inzaghi non ricordo facesse”.

Dopo l’impatto con il Club Brugge e palcoscenici importanti come la Champions League, dove vede il futuro di Nicolò? È già pronto per un top club dei principali campionati europei?

“Idealmente resto fedele al suo percorso di crescita e alla sua storia fatta di pazienza e gradualità, magari un paio d’anni e un’esperienza intermedia di successo sarebbe l’ideale prima di fare il grande salto in una big d’Europa. Se poi questa volta sarà diverso e ci sorprenderà come a San Siro bruciando le tappe ben venga, sarà l’ennesima grande emozione e magari altre notti insonni… perché come successo lì a Milano a volte, si sa, la realtà supera la fantasia”.

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