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ESCLUSIVA MP – Cesena Primavera, parla mister Nicola Pozzi: “Ritorno alle origini, lavoro e sogni da inseguire”
Nicola Pozzi si racconta tra ritorno alle origini a Cesena, crescita metodologica dei giovani e valori fondamentali per il calcio dei grandi
Cesena, Pozzi detta la linea ai giovani: “Sognare non basta, servono sacrifici”
Un filo invisibile lungo più di vent’anni unisce il passato e il presente di Nicola Pozzi. Da giovane promessa mossa da sogni e sacrifici sui campi del settore giovanile bianconero, a guida tecnica della Primavera del Cesena: un cerchio che si chiude e un nuovo ciclo che prende forma. L’ex attaccante si racconta a cuore aperto in questa intervista esclusiva, tracciando un primo bilancio di una stagione ricca di sfide, tra la responsabilità di far crescere un gruppo giovanissimo e il desiderio di trasmettere l’inconfondibile senso di appartenenza alla maglia e al territorio. Dalla metodologia del calcio moderno al valore della fatica, ecco le parole di Mister Pozzi.
L’intervista a Nicola Pozzi
Tornare a Cesena è un vero e proprio ritorno alle origini. Che sensazione fa sedere sulla panchina della Primavera bianconera a distanza di oltre vent’anni dagli esordi nel settore giovanile?
“C’è stata sicuramente un’emozione grande perché mi ha riportato in mente tutto il mio percorso di quando ero ragazzino. Rivivere un po’ anche io, come i miei ragazzi, il prendere il treno, non avere neanche un minuto di pausa e quella voglia di andare al campo a inseguire un sogno. Questa è la prima cosa che mi ha rapito il cuore, perché è tutto partito da qui per me. Ho ritrovato il mio autista dei pulmini che è lo stesso che ha accompagnato migliaia di ragazzi, tra cui tanti arrivati in Serie A, me compreso. Respirare l’aria della città e del centro di allenamento si unisce a un senso di responsabilità in più nel lavoro che andiamo a fare”.
Quali sono state le prime impressioni quando hai varcato nuovamente i cancelli del club in veste di responsabile della Primavera?
“La responsabilità è grande perché le generazioni dei giovani di oggi sono cambiate, e il nostro comportamento deve essere aggiornato in funzione della società in cui vivono, molto diversa rispetto al 2003. Alla base, però, c’è sempre la passione e il provare a inseguire un sogno. A Cesena la cosa più bella che è rimasta intatta negli anni è il grande senso di appartenenza a questo territorio”.
Siamo nelle battute iniziali della stagione: che primo bilancio ti senti di tracciare sul lavoro svolto finora con la squadra?
“C’è soddisfazione perché abbiamo cambiato totalmente un ciclo. Siamo partiti in ritiro con tantissimi ragazzi del 2009 e 2008, e pochissimi del 2007. Val la pena citare ragazzi come Galvagno e Rossetti che hanno avuto infortuni. Nelle prime giornate i ragazzi sono stati straordinari, affrontando squadre che avevano in campo 10 anni di differenza rispetto a noi. L’età non conta nulla: io sono l’esempio per loro avendo esordito in prima squadra a 16 anni, quello che conta è il percorso e i ragazzi stanno ottenendo risultati importanti”.
Dal punto di vista dell’intensità e dell’assimilazione dei tuoi concetti di gioco, come sta rispondendo il gruppo in questi primi mesi?
“La crescita c’è, stiamo portando avanti un lavoro per valorizzare il singolo giocatore, lavorando sui principi per formare calciatori che non siano “di codifica”, ma che sappiano riconoscere la superiorità numerica e fare la scelta più giusta in campo. Questo comporta del tempo, ma è un lavoro in grande sinergia con i principi del club e della prima squadra”.
Quali sono le priorità che vi siete prefissati con la società, sia in termini di classifica sia di crescita individuale dei ragazzi?
“Dal punto di vista dei risultati, quest’anno il mantenimento della categoria è il nostro scudetto, visto il nuovo ciclo e da dove siamo partiti. Lavoreremo in funzione di questo per proteggere la categoria per il club. Da un punto di vista sportivo, il nostro obiettivo è formare i ragazzi affinché possano elevarsi nel loro ruolo. Imparando a riconoscere le situazioni in campo e mantenendo sempre quello spirito di sacrificio che è alla base di tutto”.
Da ex centravanti, c’è un’attenzione o un dettaglio particolare che cerchi di curare di più nella fase offensiva o nei movimenti individuali?
“Il lavoro si divide nelle varie zone di campo. Oggi è fondamentale che l’attaccante sia un vertice della squadra e partecipi al gioco: un attaccante distaccato diventa un problema. Nella seconda zona c’è il lavoro su come e quando attaccare gli spazi per prendersi un vantaggio. La terza zona, l’area di rigore, è la più difficile ed è un fatto molto personale: serve quel fuoco dentro per fare gol che, se manca, è difficile da trasmettere”.
Oggi i giovani calciatori vivono contesti pieni di aspettative: quanto ti aiuta la tua esperienza vissuta sul campo per insegnar loro a gestire pressioni e momenti di difficoltà?
“Il nostro compito è far capire loro che non devono sprecare nessun giorno, perché c’è sempre qualcosa da imparare per migliorarsi. Chi ha questa mentalità sarà facilitato quando arriveranno gli step successivi. A livello psicologico non è semplice, noi cerchiamo di trasmetterlo, ma per farlo serve anche un po’ di fortuna e un ambiente sano, con il supporto dei gestori, del club e delle famiglie”.
Che tipo di gruppo hai trovato a disposizione? Quali sono i punti di forza e quelli su cui bisogna lavorare maggiormente per raggiungere una continuità di prestazione?
“Dobbiamo lavorare su tutto, perché abbiamo aperto un nuovo ciclo con una metodologia nuova. Abbiamo ampi margini di miglioramento in ogni fase: da quella difensiva a quella offensiva, passando per la costruzione del gioco. I ragazzi devono imparare a riconoscere tutti i nostri principi quando abbiamo palla, a leggere le situazioni di parità, inferiorità o superiorità numerica, e ad aggiungere quella malizia tattica che gli servirà nel mondo dei grandi. Un allenatore domani proporrà loro diverse strategie di gara. Soprattutto quando il risultato diventa fondamentale, e loro dovranno saperle interpretare senza mai snaturare i nostri principi. Lavoriamo molto anche sulla continuità, sulle palle inattive e sui falli laterali, per adattarci al calcio moderno: tanta intensità, zero pause, palla da rimettere in gioco in 3 secondi. Sfruttiamo tutto il tempo a disposizione per toccare un punto alla volta e dare loro più strumenti possibili per crescere. Siamo un gruppo molto giovane e non stiamo mettendo l’ossessione di dover maturare troppo in fretta. La crescita nei giovani è costante, ma a volte la noti solo dopo tre o quattro mesi; c’è chi fa scatti improvvisi e poi magari ha un piccolo calo, quindi viviamo questo percorso con molta serenità. Allo stesso tempo, aspettiamo con calma il rientro di tre o quattro ragazzi importanti dello scorso anno che sono fermi per infortuni gravi: il loro reinserimento permetterà loro di riprendere il proprio percorso e porterà al gruppo un anno di esperienza in più, entusiasmo e tanta voglia di far bene al servizio di un gruppo che lavora sodo fin dal raduno di luglio sotto un caldo infernale”.
Quanto è importante trasmettere a questi ragazzi il senso di appartenenza alla maglia del Cesena e alla cultura sportiva di questo territorio?
“Il senso di appartenenza è fondamentale. Ho sempre creduto molto in questo aspetto in ogni tappa della mia carriera, ma è chiaro che quando ti trovi nel posto da cui sei partito senti una spinta speciale che ti viene da dentro. È un valore che cerchiamo di trasmettere, ma che deve diventare prima di tutto una cosa loro. Devono capire cosa significa appartenere a questo ambiente, che va ben oltre gli allenamenti e le partite. Riguarda anche tutto quello che c’è attorno: dagli autisti del pulmino ai fisioterapisti, fino ai magazzinieri e agli accompagnatori. Cerchiamo di far capire che la maggior parte di queste persone è lì per pura passione, per accompagnarli nel loro percorso. I ragazzi queste cose le vedono e le percepiscono, perché alla passione non si può mentire: conta ciò che mostriamo con i comportamenti, non solo a parole. Fa parte del nostro ruolo e della nostra responsabilità guidarli, ed è per questo che a volte dobbiamo essere anche più duri per prepararli al calcio dei grandi. Quando serve correggerli o far capire che una direzione è sbagliata. Dobbiamo farlo, bilanciando sempre la fermezza con il supporto per il bene della loro crescita”.
Hai vissuto lo spogliatoio ai massimi livelli in Serie A e nelle Nazionali giovanili. Qual è il messaggio principale che cerchi di trasmettere ai ragazzi per prepararli al salto nel calcio dei grandi?
“Il messaggio finale è uno solo: bisogna sognare. Ai ragazzi dico sempre che dobbiamo avere un sogno chiaro e lavorare ogni giorno in funzione di quello. È ciò che ho fatto io da bambino ed è ciò che mi accomuna a tanti colleghi e compagni con cui ho giocato. Tutto parte dal sognare, dal divertirsi e dall’inseguire quel traguardo con tanta passione. Il futuro si vedrà, ma ragionando in questo modo non si avranno mai rimpianti. Sognare però non basta: serve fare di tutto per inseguire i propri obiettivi. Per raggiungere e conquistare un sogno servono tanta fatica e tanto sacrificio. E il giorno in cui lo si raggiunge non è finita, perché per mantenerlo e proteggerlo servirà la stessa identica energia”.
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