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ESCLUSIVA MP – Raimondo, dal Bologna al Frosinone: Belluco racconta il bomber, “La sua essenza è rimasta immutata”

Andrea Belluco racconta la crescita di Antonio Raimondo dal vivaio del Bologna alla Serie A con il Frosinone: “Ha sempre avuto fame di gol”.

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Andrea Belluco
Andrea Belluco e Antonio Raimondo - Credit Foto: Bologna FC

Raimondo, dal Bologna al Frosinone: Belluco racconta la crescita del bomber

C’è chi i talenti li vede quando sono già sotto i riflettori dei grandi stadi e chi, invece, ne segue l’evoluzione giorno dopo giorno, cogliendone ogni sfumatura umana e calcistica fin dai primi passi nel settore giovanile. È il caso di Andrea Belluco, attuale vice allenatore della Primavera del Bologna, che ha accompagnato da vicino la crescita di Antonio Raimondo lungo le tappe fondamentali del suo percorso d’accesso al professionismo: dall’Under 16 all’Under 17, fino al salto nella Primavera rossoblù.

Dalle prime trasformazioni fisiche ai movimenti nell’area di rigore, passando per la gestione delle pressioni e il legame viscerale con il gol: attraverso il ricordo del suo ex tecnico emerge il ritratto autentico di un attaccante che, pur facendosi strada nel calcio dei grandi a suon di prestazioni e reti decisive a Frosinone, ha saputo mantenere intatta la fame, l’umiltà e la gioia pura di quando correva dietro a un pallone nei campi del Centro Tecnico Niccolò Galli.

Di seguito, il racconto integrale e le sue parole sulle tappe che hanno plasmato il Raimondo di oggi.

L’intervista ad Andrea Belluco

Quando ha visto per la prima volta Antonio Raimondo in Under 16, qual è stata la prima qualità (tecnica o caratteriale) che la colpì di più?

“Sicuramente, l’aspetto che mi colpì maggiormente fu la sua crescita fisica: se non ricordo male, durante quell’estate crebbe di 5-6 centimetri, ritrovandomi così un ragazzo più strutturato rispetto alla stagione precedente. In campo, l’attacco alla profondità è sempre stato il suo marchio di fabbrica, mentre fuori dal terreno di gioco si è sempre distinto per il suo carattere solare. Del resto, il gruppo dei 2004 era molto coeso, sia in campo che fuori”.

Quali erano i suoi punti di forza a quell’età e su quali aspetti avete dovuto lavorare maggiormente all’inizio?

“Come detto in precedenza, era un giocatore molto verticale, una caratteristica che, secondo me, rappresenta ancora oggi il suo principale punto di forza. A quell’età, però, non c’è un aspetto da privilegiare necessariamente rispetto a un altro: Antonio ha sempre lavorato per migliorarsi sotto tutti i punti di vista. Paradossalmente, considerando il giocatore che è oggi, uno dei suoi iniziali talloni d’Achille era proprio la finalizzazione, soprattutto in rapporto al numero di occasioni che riusciva a crearsi”.

C’è un episodio o una partita specifica dell’anno in U16 in cui ha capito che Antonio aveva qualcosa in più rispetto ai coetanei?

“Non c’è un episodio specifico da ricordare. In quella squadra c’erano giocatori di grande qualità, molti dei quali oggi militano nel calcio professionistico. Questo faceva sì che la competizione fosse molto alta già durante gli allenamenti, ancora prima che in partita. Per riuscire a far parte di quel gruppo, era necessario allenarsi al massimo ogni giorno, senza mai abbassare il livello. Credo che questo sia stato un fattore fondamentale nel suo percorso di crescita”.

Tra i 15 e i 17 anni i ragazzi cambiano molto: come si è evoluto Raimondo dal punto di vista atletico e nella lettura delle situazioni d’attacco?

“Ha acquisito sicuramente maggiore consapevolezza delle proprie qualità fisiche e tecniche, proseguendo nel suo percorso di crescita. Ma, soprattutto, ha mantenuto intatta la voglia di divertirsi ogni volta che indossa gli scarpini. Credo che questo sia l’aspetto più bello e importante per un ragazzo di quell’età. Può sembrare qualcosa di scontato, ma le assicuro che non lo è affatto”.

⁠In Under 17 le difese diventano più strutturate: come reagiva Antonio nei periodi di digiuno da gol o nelle giornate no?

“Non ha attraversato lunghi periodi di difficoltà, ma era un ragazzo molto esigente con sé stesso e, di conseguenza, tendeva a vivere con un po’ di ansia anche i momenti meno brillanti. In quelle situazioni, il dialogo è sempre stato fondamentale per aiutarlo a ritrovare serenità e affrontare le difficoltà con la giusta tranquillità”.

⁠Oltre alle sue doti da finalizzatore, che tipo di compagno era all’interno dello spogliatoio e come si rapportava con il gruppo?

“Si è trovato all’interno di un gruppo particolarmente coeso e di grande qualità, probabilmente uno dei migliori degli ultimi anni. Sono cresciuti insieme, dall’Under 15 fino alla Primavera, condividendo un percorso importante. Antonio si distingueva per le sue qualità in campo, ma fuori dai novanta minuti della domenica era un ragazzo come tutti gli altri: solare, disponibile e perfettamente integrato nel gruppo”.

Il salto nel campionato Primavera è spesso un banco di prova probante per gli attaccanti. Con quale mentalità si è presentato e quanto ci ha messo ad adattarsi al ritmo dei più grandi?

“Nel primo anno, il Club aveva deciso di promuovere gran parte del gruppo Under 17 in Primavera, affrontando così il campionato con una squadra composta in larga parte da ragazzi di due anni sottoetà. Inizialmente hanno pagato soprattutto il divario fisico rispetto agli avversari, ma nella seconda parte della stagione sono cresciuti anche sotto questo aspetto, riuscendo a conquistare la salvezza con qualche giornata d’anticipo, grazie anche ai gol e alle prestazioni di Antonio”.

Come lavoravate quotidianamente con lui sul campo per perfezionare il movimento in area di rigore, l’attacco della profondità e il lavoro per la squadra?

“Si lavorava prevalentemente su situazioni simili a quelle che si verificano in partita, integrando poi, al termine dell’allenamento, alcune esercitazioni individualizzate per approfondire gli aspetti che si presentavano con minore frequenza. Si interveniva, ad esempio, sull’utilizzo del piede debole, sul colpo di testa o su specifici movimenti, con l’obiettivo di migliorare la gestione di queste situazioni”.

⁠Se dovesse descrivere la dote principale di Antonio Raimondo con un solo aggettivo o una sola giocata simbolo, quale sceglierebbe?

“Come ho detto poco sopra, l’attacco alla porta e la fame di fare gol”.

Dopo il percorso nel settore giovanile e le prime tappe con i grandi, che differenze nota nel Raimondo di oggi dal punto di vista della maturità calcistica?

“Vedo ancora lo stesso ragazzo che corre dietro a un pallone. Credo che questa sia la dimostrazione più bella di come la sua essenza sia rimasta immutata nel tempo”.

A Frosinone Antonio sta trovando continuità, minuti e gol importanti. Che effetto le fa vederlo protagonista e così decisivo tra i professionisti

“Sicuramente è motivo di grande gioia e orgoglio, perché sono ragazzi che vediamo crescere e di cui conosciamo i sacrifici fatti per arrivare a questi traguardi. Vederli realizzare i propri sogni è una soddisfazione enorme, perché rappresenta anche il riconoscimento del lavoro svolto e del percorso costruito al Centro Tecnico Niccolò Galli”.

Guardandolo giocare oggi con la maglia del Frosinone, quali sono i dettagli e gli aspetti del suo gioco in cui vede ancora ampi margini di crescita?

“Non spetta a me dare un giudizio complessivo, perché posso basarmi soltanto sui novanta minuti settimanali in cui lo vedo in campo. Sicuramente è ancora un ragazzo giovane, ha 22 anni e, dopo tanta gavetta, si è meritato la sua prima vera opportunità in Serie A. Ha iniziato fortissimo e mi auguro con tutto il cuore che possa continuare su questa strada. Come ogni giocatore, avrà sempre qualcosa da imparare, anche quando sarà più maturo: ogni esperienza rappresenterà un bagaglio prezioso per continuare a crescere e migliorarsi”.

Avendolo visto crescere giorno dopo giorno da ragazzo a professionista affermato, qual è il consiglio principale che gli dà ancora oggi per il prosieguo della sua carriera?

“Continuare a lavorare sodo, anche adesso che stanno arrivando i risultati, e farlo con ancora più determinazione qualora dovessero presentarsi momenti difficili. Senza mai dimenticare, però, che giocare a calcio è la cosa più bella del mondo”.

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