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La fascia d’età 18-30 anni e un rapporto con il calcio sempre più delicato e distaccato: numeri e statistiche di una crisi
Per anni il calcio è stato “la lingua comune” di intere generazioni: la partita vista insieme, il rito della domenica, la discussione del lunedì. Oggi, nella fascia 18-25 (e spesso fino ai 30), quel rapporto non è sparito, ma si è trasformato: meno presenza allo stadio, meno visione lineare, persino meno presenza in campo nonostante gli exploit delle Nazionali giovanili. Di conseguenza, invece, abbiamo più consumo frammentato e soprattutto più concorrenza per l’attenzione. I numeri non raccontano un crollo improvviso, ma un’erosione lenta, guidata da abitudini mediatiche nuove, da un’offerta percepita come costosa o complicata, e da un ecosistema di intrattenimento che “ruba tempo” con naturalezza.
Un calcio ancora enorme… ma la fruizione giovane si sposta altrove
Il calcio resta un colosso in termini di attenzione complessiva: in Italia, l’audience TV 2023-2024 ha superato i 470 milioni di telespettatori (come conteggio complessivo delle visioni/contatti) e l’audience mondiale cumulata è stata vicina a 2,8 miliardi secondo l’ultima edizione del ReportCalcio (FIGC/AREL/PwC). Anche la Serie A, come “prodotto globale”, viene descritta in crescita come base fan internazionale (710 milioni di fan nel mondo, +75% rispetto al 2021-2022 nel report).
Eppure, quando si va a guardare come le persone consumano sport (e quindi anche calcio), la fotografia cambia: tra i 18-24 anni aumenta la preferenza per contenuti brevi, highlights, clip condivisibili, mentre diminuisce la centralità della partita intera. Il Global Sports Survey 2024 di Altman Solon quantifica questa frattura generazionale: i 18-24 dichiarano in media meno ore settimanali di “live games & events” rispetto agli over 55, e motivano la scelta degli highlights con “convenienza”, “interesse per il risultato” e mancanza di tempo.
In parallelo, GWI segnala che, in Europa, la quota di fan 16-24 che guarda online highlights o recap settimanali è cresciuta sensibilmente a partire dal 2024, confermando che la porta d’ingresso allo sport non è più la diretta “lunga”, ma il contenuto breve.
Il problema non è solo il calcio: è l’attenzione (e la fine della TV “di default”)
Un punto spesso sottovalutato: il calcio compete in un mercato in cui la TV lineare non è più il “mezzo naturale” dei giovani. Un dato utile per capire il contesto arriva dal Regno Unito (mercato comparabile per maturità digitale): secondo analisi basate su ricerche Ofcom, tra i 16-24 meno della metà guarda live TV ogni settimana, in netto calo rispetto a pochi anni prima.
Questo non significa che i giovani “non guardino nulla”: significa che guardano altrove (piattaforme video, social, streaming on demand) e che la diretta lunga entra solo quando ha un valore emotivo/sociale altissimo.
Il calcio, storicamente, si fonda su due pilastri: appuntamento (la partita) e conversazione (il dopo). Oggi l’appuntamento è più fragile perché le abitudini sono disallineate: una parte della fascia 18-30 non programma la serata sulla diretta, ma recupera dopo, a spezzoni, o segue tramite creator, meme, reaction e short video.
Accessibilità e prezzi: quando “seguire” diventa una fatica
La frammentazione delle piattaforme e dei pacchetti è un tema ricorrente nelle ricerche internazionali: nel Global Sports Survey 2024, molti fan dichiarano difficoltà nel capire dove vedere lo sport e affermano che guarderebbero di più se l’accesso fosse più semplice.
In Italia, l’ecosistema pay e streaming ha reso la fruizione più tecnologica (e per alcuni versi migliore), ma anche meno immediata: app, dispositivi, connessioni, abbonamenti multipli, “spezzatini” di calendario.
A complicare ulteriormente la sostenibilità economica del sistema ci sono fenomeni che drenano valore e riducono risorse per investimenti e modernizzazione: secondo Reuters, la Serie A ha collegato la pressione della pirateria a un impatto economico importante sui ricavi TV (ordine di grandezza indicato nell’articolo) e alla difficoltà di finanziare infrastrutture e filiere.
Per i giovani, però, il punto non è solo “legalità/illegalità”: è che l’offerta percepita come complessa o cara accelera la scelta alternativa. Quando l’accesso non è immediato, l’attenzione migra.
Stadio: numeri in crescita generale, ma il giovane valuta “costo totale” e esperienza
Il ritorno del pubblico allo stadio, nel complesso, è stato forte nel post-pandemia: il ReportCalcio ha registrato un’affluenza totale nel calcio professionistico in aumento nelle ultime stagioni rispetto ai periodi precedenti, segnalando una ripresa strutturale della presenza fisica.
Ma crescita complessiva non significa automaticamente crescita giovane. Per un 20-25enne, lo stadio non è solo biglietto: è trasporto, tempo, sicurezza percepita, qualità dei servizi, e soprattutto “valore esperienza” rispetto ad altre opzioni.
Ed è qui che entra il confronto con l’intrattenimento digitale: sessioni rapide, socialità immediata, costi percepiti più controllabili. Non sorprende che molte leghe e club stiano inseguendo linguaggi e piattaforme più vicine alle abitudini di questa fascia.
Videogiochi, social e “micro-intrattenimento”: il vero concorrente del calcio è la somma delle alternative
Una parte rilevante della competizione si gioca contro esperienze che offrono ricompense rapide: videogiochi, contenuti brevi, community live su Twitch/YouTube, e più in generale un ecosistema di piattaforme dove la partecipazione è attiva, non solo passiva.
Non a caso molte analisi sul rapporto Gen Z/sport sottolineano che una quota significativa dei giovani non segue lo sport in diretta come facevano le generazioni precedenti. Ad esempio, ricerche citate da Morning Consult indicano che una parte consistente della Gen Z dichiara di non guardare eventi sportivi live (dato riferito al contesto USA, ma utile come indicatore di tendenza). In parallelo, studi e articoli di settore evidenziano che la Gen Z preferisce spesso highlights e formati più brevi rispetto alla partita intera.
Dentro questo scenario, è normale che alcuni scelgano anche forme di gioco digitale autorizzato come passatempo, gestendo metodi e strumenti di pagamento “tecnici”, per esempio pagamenti entropay per giocare online, come parte della loro quotidianità digitale, senza che ciò implichi automaticamente un legame con lo sport. Il punto, qui, è culturale: la familiarità con ambienti online interattivi rende meno attraente un prodotto percepito come lungo, costoso o “da guardare e basta”.
Cosa sta davvero scemando: non l’interesse, ma la fedeltà “totale”
La conclusione più realistica è questa: nella fascia 18-30 non si sta spegnendo l’interesse per il calcio in assoluto; sta scendendo la fedeltà piena (90 minuti, ogni settimana, sempre) e si sta riducendo la disponibilità a costruire la routine attorno al calendario. I giovani entrano ed escono, seguono per momenti, si legano a giocatori, contenuti e community più che a un rito fisso.
Per il sistema calcio, la sfida non è “convincerli ad amare di più”: è ridurre frizioni (accesso, chiarezza, costi), migliorare l’esperienza (stadio e digitale), e accettare che la partita intera non sarà più l’unico centro del mondo. I numeri raccontano un prodotto ancora gigantesco; le statistiche sulle abitudini raccontano un consumo diverso. E per la fascia 18-25/30, la differenza è tutto.
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