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ESCLUSIVA MP – Gigi Cagni: “Settori giovanili? Troppa tattica, così distruggiamo i talenti. In passato era diverso…”

Intervista esclusiva a Gigi Cagni: il problema dei genitori, l’errore della tattica precoce e il segreto per formare i nuovi talenti del calcio italiano.

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Gigi Cagni

Gigi Cagni a MondoPrimavera: “In Italia distruggiamo il talento con troppa tattica”

La crescita dei giovani calciatori è un percorso delicato: non solo bisogna formare il professionista, prima di tutto arriva la maturazione dell’uomo. Ad oggi, in Italia soprattutto, le giovani promesse faticano ad affermarsi, non trovando spazio nelle rispettive prime squadre. Gigi Cagni, ex difensore e allenatore, ci ha illustrato in esclusiva il suo punto di vista, offrendo interessanti spunti di riflessione. Di seguito riportiamo le sue parole.

Il mondo dei settori giovanili: prima e dopo. Qual è la stata la sua esperienza?

“Entriamo in un ambito particolare: io ho allenato la Primavera del Brescia nel 1989, ma non volevo farla perché preferivo allenare gli adulti, i professionisti, le mie idee non si sarebbero adattate al meglio ai ragazzi. Poi però ho deciso di accettare e sono andato a parlare con il Presidente del Brescia, al quale ho messo subito in chiaro che i miei giocatori li avrei trattati da professionisti. Lui mi ha dato il via libera e dunque ho esposto le modalità anche ai miei giocatori. Ciò che subito mi ha fatto storcere il naso è stata la presenza dei genitori: sempre troppo presenti agli allenamenti dei figli. Una sera post allenamento allora vado dal presidente e gli espongo la cosa. Il giorno dopo sono entrato nello spogliatoio e ho ricevuto l’applauso dei ragazzi: questo fa capire il problema primario di oggi”

“Seconda problematica odierna: l’alimentazione e lo stile di vita. Ho spiegato come fare i professionisti. Ho fatto le stesse cose che ho fatto io all’epoca quando sono entrato nel Brescia: quando ci sono entrato a 15 anni, mister Messora non ci ha mai parlato subito di tecnica e tattica. Le prime cose che ha voluto vedere sono il rispetto delle regole, dei valori, degli avversari, degli arbitri, del pubblico e ovviamente tra noi. Prima è arrivata la formazione del professionista, poi del calciatore. Poi è arrivata la tattica: prima si giocava tutti con il 4-3-3, con i due terzini, i marcatori, lo stopper, il libero, il regista, due centrocampisti e i tre attaccanti. Io sono nato terzino sinistro marcatore, ma dopo mi ha qualificato come tale: la tattica la conoscevo, avevo anche già fatto esperienza con gli adulti. Altra cosa non da poco dell’epoca è che c’era solo “il dodicesimo”, quindi venivi convocato ma non avevi la certezza di essere in campo: o eri titolare o in tribuna. Molti mollavano se non giocavano”.

Genitori troppo invadenti e allenatori che non inculcano i giusti valori

“La cosa che però voglio sottolineare oggi è che non viene fatto capire ciò che spetta ai ragazzi a livello mentale – prosegue Gigi Cagni -. Prima devi far crescere l’uomo, poi arrivano la tecnica e la tattica. I genitori di oggi non lo fanno perché si sentono in diritto di agire così dal momento in cui pagano l’iscrizione e il kit del figlio. Altro aspetto di oggi è anche la figura del procuratore: a 15 anni hanno già il procuratore. Ma questo è un problema del sistema e questo lo combatti solo mettendo le persone giuste al posto giusto: bisogna mettere le basi che ho detto poco fa”.

“Un’ulteriore dimostrazione di questa situazione l’ho avuta un giorno andando ad un torneo: c’era una squadra di bambini sui 9 anni e la prima cosa che l’allenatore ha detto è stata “possesso da dietro”. Questo perché gli allenatori di oggi vogliono troppo imitare gli allenatori di Serie A: intatti, quando mi è capitato loro di chiedere cosa insegnerebbe come prima cosa ad un ragazzino, questo mi ha risposto “la tattica”. Prima devi preparare la condizione psicofisica, poi arriva la tecnica individuale”.

La formazione giovanile

“Racconto un aneddoto per far capire come la penso. Ero già allenatore, vengo a giocare a Bergamo e il presidente era Ruggeri. Lo incontro nel corridoio prima della partita e gli dico: “Presidente, lo sa qual è l’acquisto più bello che ha fatto? Mister Favini. Un maestro”. Per dirti la mentalità. Oggi è chiaro che il metodo è ancora quello, però è cambiato l’obiettivo del settore giovanile: è troppo importante il risultato della prima squadra. Il risultato ti porta ad avere guadagni diversi, è tutta una questione economica. Non posso pensare che non ci sia più talento, che in Italia non ci sia uno Yamal, un Yildiz. Ci sono, ma come dicevamo prima, gli allenatori ad oggi inculcano solo la tattica”.

I giusti tempi e i giusti valori

“I nostri giovani non li vedo nemmeno promettenti. A 9 anni devi farli divertire, li devi formare sotto un aspetto psicofisico; fino ai 12/13 anni la tattica non devono sapere nemmeno cosa sia. Poi inizi con la tecnica individuale, spiegando la professione che andranno a fare. Ma se prima non formi l’uomo, non andranno da nessuna parte: vedere un Leao che dovrebbe essere il punto focale di una squadra, non essere in grado di stare in campo perché si arrabbia e non riceve palla,  fa capire quanto i ragazzi non siano cresciuti nel modo corretto. Yamal ha giocato nella prima squadra del Barcellona a 16 anni: poi dipende dal soggetto, ma se hai delle qualità devi giocare con gente qualitativa per imparare. Io sono nato calciatore, non lo sono diventato. La natura mi ha dato questa qualità. Poi ho avuto la fortuna di avere dei bravi allenatori e quindi l’ho fatta diventare la mia professione. Ma grazie anche alla mia forza mentale da uomo, alle rinunce che ho dovuto fare. L’aspetto psicologico è determinante: avendo fatto il capitano sia a Brescia che a San Benedetto, ho assimilato le capacità di capire, intuire”.

La nostra Nazionale

“Questa situazione è rispecchiata in maniera perfetta nei nostri campionati e nella Nazionale: i giocatori non sono di livello, non sono promettenti. A livello tecnico e individuale siamo indietrissimo. Prima avevamo i centrocampisti, le ali, gli attaccanti più forti, ora non riusciamo nemmeno a fare la Nazionale”.

Le nuove tecnologie del calcio di oggi

“Tutto ciò che ho assimilato da calciatore l’ho messo poi in pratica da allenatore. Non ho mai avuto bisogno di computer dietro la schiena, di telecamere e auricolari. La tecnologia va bene, ma se noi vediamo la televisione, otto persone dietro ad un monitor… i ragazzi pensano che il calcio sia questo. Serve una via di mezzo. Ormai tutto si basa sullo “score”: non mi serve vedere se il mio giocatore ha corso tanto, quanti palloni ha toccato… lo so, lo vedo. Siamo arrivati ad un livello che non è più sport, è un videogioco. Ti fanno credere che sia così, quando invece il Como ti sta dimostrando che la prima cosa determinante per il calcio è la tecnica individuale. E non è solo il passaggio o il dribbling, parlo anche del ruolo perché il difensore deve saper fare cose differenti dal centrocampista. Ci sono dei fondamentali che nessuno insegna più: nessuno è più capace di marcare, fanno dei falli che non hanno senso”.

Il titolo del suo ultimo libro: “Rànget”

“Ho scelto questo titolo perché è quello che mi ha aperto la strada della vita. Poi non è che i miei genitori non mi volessero bene. Ma era così, bisognava arrangiarsi. A parte quando c’erano dei problemi gravi, ovvio. È quello che continuo a dire ovunque: il libro l’ho scritto non per parlare della mia carriera, ma per parlare di una generazione che ha costruito qualcosa e che adesso stiamo distruggendo tutto” ha concluso Gigi Cagni.

Si ringrazia Gigi Cagni per la disponibilità. Riproduzione consentita previa citazione della fonte MondoPrimavera.com.
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