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Napoli, Vergara non è una sorpresa: ma senza infortuni sarebbe emerso ugualmente?

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Antonio Vergara

Il Napoli riscopre il talento di Antonio Vergara

Il confine sottilissimo tra fare di necessità virtù e affidarsi al talento dei giovani. Il Napoli di Antonio Conte ha scoperto (qualcuno direbbe “finalmente”) Antonio Vergara, che nella notte di Champions League dove si è consumata l’eliminazione dei partenopei, ha segnato il suo primo gol europeo con un capolavoro di lettura e tecnica. Un jolly pescato dal mazzo di alternative, o una semplice intuizione dettata dalla mancanza di opzioni? Proviamo a delimitare i contorni di un caso tutto italiano, soltanto l’ultimo di quei giovani di talento risucchiati nel vortice delle contraddizioni del nostro calcio.

Vergara e l’exploit improvviso nelle notti europee

Ci smarchiamo subito da eventuali rimostranze: non è un discorso alimentato dalla voglia di fare polemica, quanto dal desiderio di fare chiarezza e porre l’accento su una serie di elementi che da sempre congestionano la crescita del nostro calcio. Antonio Vergara sembra essere diventato un tassello importante nel mosaico del Napoli, ma quanto di ciò che abbiamo visto è frutto di un intuizione, e quanto invece delle rotazioni pesantemente indebolite dagli infortuni? Gli azzurri hanno perso in rapida successione Kevin De Bruyne (fermo dallo scorso 26 ottobre), Billy Gilmour (ai box dal 2 novembre fino a metà febbraio), Stanislav Lobotka (out per tutto il mese di ottobre e per metà mese di dicembre) e Zambo Anguissa (ha dato forfait alla vigilia di Napoli-Chelsea). Una ristrettezza che, oltre ad intaccare sul piano tecnico, incide a livello quantitativo e mette Conte di fronte ad una serie di scelte obbligate.

Ristrettezza di soluzioni che, almeno in parte, sembra essere un elemento determinante nell’ascesa di Vergara: infatti, dal 23 agosto al 25 novembre (periodo in cui i partenopei non erano ancora in totale emergenza), il 2003 gioca 1 minuto, nell’esordio stagionale a Sassuolo. Torna ad assaporare il campo proprio in Champions League, ma sempre per 1 giro d’orologio contro il Qarabag. Da dicembre però, l’impiego subisce un’impennata verso l’alto: 394 minuti accumulati tra Campionato, Coppa Italia, Supercoppa Italiana e Champions League, in un totale di 9 presenze. Un cambio di prospettive e status dettato sicuramente dai segnali molto positivi dati nel rettangolo verde, ma anche dal contesto devitalizzato dai continui K.O. sul piano fisico dei titolari. Non a caso, il 99,4% dei minuti è arrivato nella finestra temporale in cui il Napoli deve fare a meno di 2 o 3 interpreti fondamentali nel reparto.

Un gol per dare una spallata alle contraddizioni

Il gesto tecnico di Antonio Vergara dà ancora una volta diritto di cittadinanza ad una tesi che ottiene sempre più conferme: la qualità esiste, ma si scontra frontalmente con i limiti culturali del nostro paese. In primis, la gavetta, tanto amata da quella parte di Italia che non vuole arrendersi al cambiamento. E far finta di non guardare non contribuirà a far svanire l’evidente gap tra sistemi che non si vergognano a rendere un classe 2008 un titolare credibile, e il nostro calcio, in cui un 2003 fa fatica a raggiungere i 1000 minuti stagionali.

Per ottenere un altro elemento a supporto dell’analisi, non dobbiamo spostare lo sguardo troppo in là: nel Chelsea, ieri sera figuravano tra i titolari Estevao (classe 2007 che ha già all’attivo 29 gare giocate nel 25/26) e Andrey Santos (2004 con 27 apparizioni in stagione), mentre entravano dalla panchina Bynoe-Gittens Garnacho, due classe 2004 con alle spalle rispettivamente 133 e 169 partite da professionisti. Per non scomodare i classici termini di paragone, ormai diventati modelli di riferimento, ovvero Barcellona Psg.

Ci manca dunque quella serie di sfumature tra la prima squadra e la fretta quasi ossessiva di cedere i giovani in prestito a “farsi le ossa”. Il dubbio infatti, è che anche nel caso di Vergara i due anni consecutivi in Serie C e Serie B abbiano rallentato il suo processo di crescita, piuttosto che aiutarlo. Come succede a molti ragazzi che, arrivati alle porte della Serie A, subiscono quasi un gate keeping forzato da chi, per un motivo o per un altro, non li fa entrare e li relega ai margini.

Luca Ottaviano

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