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D’Agostino e la lezione sui giovani: “Se sono forti, devono stare con i grandi”

Gaetano D’Agostino parla del percorso dei giovani calciatori e spiega perché, se talentuosi, dovrebbero crescere nelle grandi squadre e non solo in prestito.

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Gaetano D'Agostino

Gli errori con i giovani: il parere di Gaetano D’Agostino

Il tema dello sviluppo dei giovani è centrale nel calcio italiano, spesso diviso tra la necessità di risultati immediati e la volontà di costruire il futuro. Negli ultimi anni il dibattito si è intensificato, soprattutto sulle strategie migliori per far crescere un talento. Prestiti in squadre minori, permanenza nei top club, o un percorso graduale tra Primavera e prima squadra. I percorsi possono essere vari, ma spesso sono determinanti per il futuro di un ragazzo.

In questo contesto si inserisce il pensiero di Gaetano D’Agostino, ex centrocampista con un passato tra Roma, Bari e Udinese. L’ex calciatore ha raccontato la propria esperienza e la sua visione in una lunga chiacchierata con Cronache di Spogliatoio. Le sue parole offrono uno spunto interessante sul valore dell’ambiente, della qualità tecnica e del contesto in cui un giovane calciatore muove i primi passi tra i professionisti. Di seguito le parole di D’Agostino.

Le parole di D’Agostino

“Se il giovane è talentuoso deve giocare con quelli forti: da loro impara. Andare a dimostrare, in una squadra con un tasso qualitativo più basso che gioca per salvarsi, è più difficile. Lottare per la salvezza presuppone un altro modo di approcciare la partita, non hai quasi mai la palla e l’allenatore predilige un atteggiamento più difensivo, da battaglia. Quando ero alla Roma ho imparato tantissimo, ho esordito nell’anno dello Scudetto e mi allenavo con Totti, Montella, Batistuta e con Capello allenatore. Poi sono andato a Bari e nelle prime dieci giornate non ho mai giocato, in Serie B. Ho fatto fatica, perché ero abituato a un certo tipo di calcio. E quando sono tornato a Roma non volevo più andare via da lì, perché avevo visto che giocare con i grandi giocatori mi dava tanto e pure io riuscivo a tenere alto il livello. Per questo credo che, se si crede in un giovane, bisogna tenerlo e se merita dargli la possibilità di giocare: in altri casi rischia di perdersi. Poi probabilmente avrà comunque bisogno di due o tre anni di tempo per maturare, è naturale. Ma in molte grandi squadre, per esempio, invece di acquistare una quinta punta si può puntare su un giovane di prospettiva”.

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