Il calcio dei grandi
Nuovo anno, vecchi propositi: i giovani e la Nazionale, il 2026 è l’anno della svolta?
Non solo promesse, ma percorsi concreti: da Bartesaghi a Palestra, in che modo i giovani possono guidare il futuro del calcio azzurro
Il nuovo anno arriva sempre con il suo carico di promesse, vecchi propositi travestiti da nuove speranze, e il 2026 non fa eccezione: è un anno che per il calcio italiano pesa più di altri, perché non concede scorciatoie né alibi, ma chiede risposte nette, scelte chiare, coraggio.
I giovani tornano al centro del discorso, non come slogan rassicurante o moda di passaggio, bensì come necessità storica, quasi fisiologica, in un sistema che per troppo tempo li ha osservati con diffidenza, spremendoli in fretta o lasciandoli ai margini.
Il futuro dell’Italia, non solo calcistica ma culturale, passa da qui: dalla capacità di accompagnare questi ragazzi senza bruciarli, di proteggerli senza ingabbiarli, di credere in loro senza trasformarli subito in salvatori della patria. Perché il punto non è esaltare, ma costruire.
E allora sì, Bartesaghi e Palestra diventano simboli più che nomi propri: storie diverse, percorsi ancora fragili, ma un filo comune che parla di spazio conquistato sul campo, di personalità, di normalità finalmente applicata al talento. Non sono promesse da copertina, sono possibilità reali, e già questo, nel nostro contesto, è una piccola rivoluzione.
Tutto però si incrocia inevitabilmente con la Nazionale, con quel bivio che i play-off rappresentano, con un Mondiale che non è solo un obiettivo sportivo ma una sorta di specchio collettivo: andare o non andare cambia la percezione, orienta le scelte, accelera o rallenta i processi.
Marco Palestra (screen)
Da lì passerà molto del futuro azzurro, perché un Mondiale ti obbliga a programmare, a dare continuità, a non nasconderti più dietro le emergenze; mentre un fallimento rischierebbe di riportarci indietro, a ricostruzioni affrettate e reset emotivi ormai logori.
Gattuso questo lo sa, e non a caso parla di responsabilità, di appartenenza, di sacrificio: parole antiche, forse, ma che tornano attuali proprio ora che servono basi solide e non castelli d’aria. I giovani non sono la soluzione immediata, non lo sono mai stati, ma possono essere l’inizio di un percorso se inseriti in un’idea, se messi nelle condizioni di sbagliare senza essere condannati, di crescere senza dover dimostrare tutto e subito.
Il 2026, allora, non è solo un anno che inizia: è un passaggio, un punto di non ritorno, un momento in cui il calcio italiano deve decidere se continuare a sopravvivere di fiammate o tornare a pensarsi come progetto. E forse la vera sfida non è qualificarsi a un Mondiale, ma imparare finalmente a guardare avanti senza paura, accettando che il futuro non si controlla, si accompagna. Se lo faremo, Bartesaghi e Palestra non saranno eccezioni, ma semplicemente l’inizio di una nuova normalità. E sarebbe già una vittoria enorme.
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