Milanese, nerazzurro fino al midollo e con un futuro che si preannuncia roseo: Marco Sala, giovane promessa dell’Inter ha già scelto cosa farà da grande. Il classe ’99, ormai da tempo, ha deciso di dedicare la sua vita al mondo del calcio. E a quello della squadra interista sin dai 7 anni. Forgiatosi e consacratosi a livello giovanile sotto la guida di Stefano Vecchi, il terzino ha lasciato il nido di casa per dimostrare di saper volare. Passato in prestito biennale all’Arezzo, il difensore ha saputo convincere Alessandro Dal Canto a dargli fiducia facendone un punto fermo del proprio schieramento tattico. I risultati, sia di squadra che individuali, non sono tardati ad arrivare. Se adesso la compagine toscana, militante nel campionato di Serie C – Girone A, prosegue in un’entusiasmante percorso tra le vette della classifica parte del merito è del 19enne. Contattato dai nostri microfoni, il terzino sinistro ha avuto modo di raccontarci sensazioni, ricordi e obiettivi dimostrandoci che di piccolo in lui c’è solo l’età.

Ciao Marco! La prima cosa che le voglio chiedere è il bilancio di questa sua prima parte di stagione all’Arezzo.

Sicuramente positivo. In tanti hanno fatto fatica nell’uscire dalla Primavera e andare giocare coi grandi, sono difficoltà che possono esserci. Penso che la prima parte sia andata bene sia a livello personale che di squadra: il mio è stato un inserimento abbastanza fisiologico, non ci sono stati tanti problemi nel passare dal calcio giovanile a quello professionistico”.

Questa è la prima esperienza nel mondo dei professionisti, immagino stia superando le sue aspettative.

Superarle no, speravo di far così. Non si sa mai, ci sono tante cose che non dipendono soltanto da noi calciatori ma per fortuna sta andando esattamente come pensavo”.

Da terzino ha già messo a segno due reti. Si è posto qualche obiettivo?

Porsi degli obiettivi, soprattutto per chi gioca lontano dalla porta, è sbagliato perché si finisce per giocare per segnare dimenticandoti quello è effettivamente devi fare in campo. Ne ho segnate due nel girone d’andata, spero di farne altrettanti nel girone di ritorno. Se però non dovesse accadere nessun problema: l’importante è continuare a giocare e fare bene”.

Da Stefano Vecchi ad Alessandro Dal Canto si è trovato due allenatori che sanno ben valorizzare i giovani.

Vecchi l’ho avuto nel settore giovanile, il suo ruolo era appunto quello di lavorare con i giovani. Adesso ho mister Dal Canto che ha, in una squadra di grandi, dei giovani: hanno un approccio diverso. Nonostante, come normale che sia, vi è molta differenza tra i due ho trovato dei punti di contatto come la voglia di dare alla propri squadra un’identità ben definita da trasmettere giorno dopo giorno. Questa è la più grande analogia tra di loro”.

In un campionato pieno di insidie quale la terza serie, quant’è difficile trovare continuità sia a livello personale che di squadra?

Molto difficile, si affrontano squadre diverse tra di loro. Domenica abbiamo incontrato la Pro Vercelli, la compagine a mio avviso più forte del girone ed è stato un determinato tipo di partita. Domani affrontiamo il derby in casa contro il Pisa e domenica andremo ad Arzachena, laddove sarà un altro tipo di partita. È difficile perché devi essere bravo ad adattarti ai diversi modi di giocare e noi come Arezzo dobbiamo cercare di adeguarci e mettere in campo il nostro gioco contro tutti”.

Lei è nato e cresciuto nel settore giovanile dell’Inter. C’è un consiglio che si sente di dare ai suoi giovani colleghi in nerazzurro?

È un’esperienza che mi ha profondamente segnato perché, essendo di Milano, è il massimo che potessi chiedere. Ho passato tutta la trafila giovanile, dai Pulcini alla Primavera, con la maglia dell’Inter. Un consiglio che mi sento di dare è rendersi conto che il calcio vero non è quello . Una volta usciti dal settore giovanile in tanti prendono delle forti botte psicologiche poiché non sono riusciti a capire come il calcio ha inizio quando ti ritrovi nello spogliatoio con gente che ha famiglia e vive di questo. In definitiva il suggerimento è quello di diventare grandi in fretta, sfruttando però al massimo l’opportunità che hanno nel settore giovanile dell’Inter”.

Ha mai avuto qualche contatto con i colori del Milan?

“Non ho mai avuto contatto con il mondo rossonero. Sono stato scelto direttamente dall”Inter quando avevo sette anni, quindi non ho mai avuto qualche contatto o provino con la maglia del Milan”.

Cosa passa per la testa di un bambino che a sette anni viene scelto dal settore giovanile dell’Inter? Ricorda qualcosa di quei tempi?

“Ricordo tutto come se fosse ieri. Penso che la mia fortuna sia stata quella di essere stato preso così presto, non mi rendevo cosciente di quello a cui stavo andando incontro. A sette anni non hai la lucidità mentale per capire quello che sta accadendo, per me tra l’uscire a giocare a calcio per la squadra della mia città o l’essere accompagnato dai miei genitori all’allenamento con l’Inter non cambiava niente. Era un campo da calcio in cui mi divertivo con i compagni affianco, non pensavo, anche se è sempre stato il mio obiettivo, di arrivare a fare il calciatore professionista. La strada era ancora talmente lunga che fortunatamente per i primi anni non ci ho pensato”

Ha vinto due campionati e una supercoppa Primavera oltre che un Torneo di Viareggio: un palmarès a livello giovanile abbastanza invidiabile.

“Sono stato bravo e fortunato ad essermi guadagnato un posto nella Primavera con Stefano Vecchi che in due anni ci ha portato alla conquista di quattro trofei. Ricordo in particolar modo i tre della seconda stagione, se non sbaglio a livello di Primavera in una sola annata non li aveva vinti mai nessuno. C’è poco da girarci intorno: eravamo una squadra veramente forte, basta vedere il percorso dei calciatori usciti da quella rosa”.