Un pensiero sull’eliminazione dell’Italia dal Mondiale di Russia 2018

Il Day After è maledettamente doloroso. Il freddo pungente, arrivato sulla penisola col fastidioso tempismo del presagio funesto, è la metafora di quella morsa gelata che, dalla tarda serata di ieri, stringe il cuore degli appassionati che hanno assistito allo storico fallimento della nostra Nazionale. Nessuno, prima di venerdì scorso, era stato sfiorato dall’idea di non andare al Mondiale; ma probabilmente nemmeno durante i disperati assalti alla diligenza svedese il pensiero si era manifestato in tutta la sua dirompente nitidezza. Dopo sessant’anni l’Italia calcistica non sarà rappresentata nella competizione più importante, quella che a cavallo delle ultime tre generazioni ci ha fatto piangere e sognare, ritmando con gioie e dolori le nostre estati a cadenza quadriennale. Stavolta non ci saremo, ed è già caccia alle streghe: retorica e demagogia si sprecano nelle ore che seguono la batosta degli azzurri, servita su un piatto d’argento a chi non aspettava altro per strumentalizzare (anche con esplicite velleità politiche) un tonfo epocale.

MondoPrimavera non ha certo la presunzione di schierarsi dalla parte del plotone di esecuzione: non ci sentiamo legittimati a prediche di stampo tecnico-tattico, che diventano sport nazionale in occasioni come questa. Però, forti di un’esperienza ormai più che triennale sui campi del calcio giovanile di tutta Italia, ci sentiamo di dire la nostra: senza la pretesa di dettare fantomatiche ricette o illuminate linee-guida, ma con l’auspicio di poter dare nel nostro piccolo anche un minimo contributo al cambiamento di cultura e mentalità del quale dovrà rendersi necessariamente protagonista il movimento calcistico nazionale.

Il punto di partenza di questa analisi a posteriori è rappresentato dall’assenza di alibi: niente Byron Moreno, niente “Biscotto”; e nemmeno gruppi a fine ciclo, o magari il caldo e l’umidità brasiliani. No, stavolta non ci sono dita più o meno grandi dietro alle quali potersi nascondere: la Nazionale è nuda nella sua caduta agli inferi, un dato di fatto che può aiutare ad analizzare con maggiore lucidità questo complicato momento storico. Archiviato, ci auguriamo più in fretta possibile, il capitolo relativo alle colpe specifiche di mister Ventura, occorre fotografare il panorama che si apre estendendo lo sguardo oltre al gruppo azzurro sceso in campo nella triste serata di San Siro. Giocatori con scarsa esperienza internazionale, giovani ritenuti non ancora pronti per calcare i grandi palcoscenici e frettolosamente accantonati a favore di stranieri dal fascino esotico ma dal dubbio pedigree, frizioni e attriti tra club e Federazione: sono queste le macerie lasciate sulla strada da dirigenti poco illuminati e da un retaggio culturale antico, incapace di fare proprie quelle esigenze di rinnovamento che rappresentano una conseguenza fisiologica dell’evolversi umano. Una arretratezza resa evidente dalla veneranda età della classe dirigente del calcio italiano, con la scelta ricaduta su Carlo Tavecchio all’indomani dell’eliminazione dal Mondiale brasiliano che aveva già evidenziato il desiderio irrefrenabile di restaurazione di un movimento per natura refrattario al cambiamento. Gli aspetti positivi di questi tre anni di mandato non sono mancati: dalla scelta di Conte come commissario tecnico, capace di riaccendere la passione per la Nazionale, alla introduzione della VAR; ma affacciarsi all’alba di un nuovo corso con un Presidente che veleggia verso i settantacinque anni di età non pare una soluzione propedeutica per dare una decisa svolta alle dinamiche del calcio italiano.

E dire che Tavecchio ha anche tentato di imitare un modello virtuoso, ispirandosi dichiaratamente a due esempi di eccellenza in campo internazionale: l’introduzione dei Centri Federali Territoriali, sulla falsariga dei modelli francese e tedesco, si è però rivelata un tentativo tanto virtuoso nelle intenzioni quanto ancora poco efficace nella pratica. Non è sufficiente istituire nuovi centri, attraverso i quali monitorare sul territorio la crescita e lo sviluppo dei giovani talenti: il vero salto di qualità sarà compiuto soltanto quando si tornerà ad educare i bambini e i ragazzi allo sport, prendendo come base non soltanto l’attività calcistica ma creando sinergie efficaci con il sistema scolastico. Due mondi, sport e scuola, che nel nostro paese risultano essere sempre più antitetici: in Italia non esiste l’obbligo dell’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole elementari, a fronte delle 108 ore annue previste in Francia e delle 80 ore in vigore in Germania, giusto per prendere ad esempio le due nazioni guida in campo europeo. La situazione migliora di poco nelle scuole medie e superiori, dove comunque le 66 ore annue impallidiscono a fronte delle 100 del sistema francese. Ore che, peraltro, vengono spesso e volentieri impiegate per ripassare le lezioni successive, o nella migliore delle ipotesi svolgendo anacronistici esercizi tipici del riscaldamento di Helenio Herrera, “Mago” della Grande Inter degli anni Sessanta; il tutto, ça va sans dire, senza l’obbligo di test o esami attraverso i quali valutare l’attività degli allievi. È evidente che, con queste premesse, creare una cultura sportiva degna di questo nome diventa impresa complicatissima, a maggior ragione senza il formidabile traino un tempo rappresentato dai successi ottenuti sul campo.

In Germania, rimanendo in tema, il programma dei Centri Federali ha visto la luce nel 2002, all’indomani della finale persa contro il Brasile al Mondiale di Corea e Giappone. In Italia, invece, si è aspettato il disastro per dare vita ai primi interventi alle fondamenta di un sistema che ha continuato per anni a crogiolarsi sul meraviglioso trionfo di Berlino: una vittoria tanto entusiasmante quanto irripetibile, per il contesto che ha visto nascere l’impresa della Nazionale di Marcello Lippi, ma che ha rappresentato un formidabile velo per coprire le falle di un movimento trovatosi nudo una volta venuti meno tutti o quasi gli eroi del 2006. Ecco perché il “siamo l’Italia” patriotticamente sbandierato prima del disastro degli ultimi giorni è parso più che mai anacronistico, perché non giustificato da una realtà dei fatti che ci vede in balìa degli eventi ormai da oltre un decennio. La generazione dei Kean e dei Pellegri, ad esempio, ha ricordi confusi dei bagliori del 2006, ma per il resto non ha mai visto la Nazionale andare oltre il girone di qualificazione di un Mondiale; è andata un pò meglio ai Chiesa e ai Donnarumma, che però adesso si trovano loro malgrado a vivere una situazione vissuta dai loro nonni sessant’anni orsono. Ecco perché serve una svolta decisa, un cambiamento all’insegna della programmazione e della qualità che parta dalle basi del movimento e arrivi fino al campionato di Serie A, massima espressione di un calcio basato su una quantità ormai mandata in soffitta dalla storia.

La Nazionale non deve essere vista come un fastidioso intermezzo tra due giornate di campionato, piuttosto che un rischio per l’incolumità e la forma fisica dei tesserati concessi con sempre meno agio da club ormai divenuti padroni incontrastati nelle dinamiche dei rapporti con la Federazione. Investire con criterio sui settori giovanili, incrementando quell’imbarazzante soglia del 2% medio che fa a pugni con le medie continentali (la Spagna si attesta circa al 10%, sempre per citare chi ha fatto scuola negli ultimi anni), è il passo che le società sono chiamate a fare per dare il primo colpo di remo nella nuova direzione. Il tutto senza rendere i campionati giovanili un vernissage per stranieri, piuttosto che un cimitero di elefanti attraverso il quale dare minuti e visibilità a trentenni finiti fuori rosa. E quando, la prossima estate, ci sentiremo un pò più soli senza un tricolore da sventolare con orgoglio dal terrazzo di casa, meditiamo su quanto abbiamo a disposizione per dare, tutti nel nostro piccolo, un contributo al domani del calcio italiano. Lo dobbiamo alla nostra storia, agli oltre settantamila che nonostante tutto hanno riempito di speranza le tribune di San Siro, alle lacrime di Gigi Buffon: il capitano che abdica in una notte più buia che mai, ma che con impegno e voglia di cambiare potrà diventare il preludio alla nuova alba del pallone azzurro.