È stata un’estate importante per il movimento calcistico giovanile inglese, che ha visto le sue nazionali imporsi e vincere in Europa e nel Mondo. Un’annata da incorniciare per il british football , che ha visto l’Under 20 trionfare al Mondiale, l’Under 19 vincere l’Europeo di categoria e l’Under 18 addirittura imporsi nel Torneo di Tolone nonostante i due anni di differenza con gli avversari. Tutto questo a testimonianza dell’ottimo lavoro svolto in quel di Saint George Park, dove si sta sviluppando un modello e una cultura vincente per le giovani leve inglesi. Uno schema che in futuro potremmo vedere affiancato a quello di Spagna e Germania, le due grandi forze del calcio giovanile. Allora andiamo a scoprire più nel profondo la nuova filosofia britannica, la nuova corrente emergente del calcio europeo.

UN’ ESTATE DI SUCCESSI E AFFERMAZIONI

Innanzitutto partiamo con un piccolo recap dei risultati ottenuti dalle varie selezioni inglesi. Ad aprire le danze è stata l’Under 17, che all’Europeo di categoria è andata “a 11 centimetri” dall’emulare il grande trionfo del 2014. Un cammino impressionante quello degli “Young Lions”, che hanno vinto agilmente le tre gare del girone eliminatorio mettendo a segno anche 10 reti e concedendone solo una. Il tutto per poi raggiungere la finalissima continentale eliminando nell’ordine Irlanda e Turchia. Ma in finale ha avuto la meglio la tradizione, infatti gli Inglesi si sono dovuti arrendere al fatal destino dei calci di rigore, cedendo così lo scettro di campione ai coetanei spagnoli.

Destino simile anche per l’Under 21, che nella fase finale dell’europeo di categoria ha dovuto alzare mestamente bandiera bianca in semifinale contro la Germania sempre nella lotteria dei calci di rigore. In questo caso risuonano nell’aria le parole da profeta di Gary Lineker (pronunciate dopo la sfida tra Inglesi e Tedeschi ad Italia ’90): “Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine la Germania vince”. Anche in questo caso, però, la selezione inglese ha fatto la sua discreta figura rimanendo imbattuta nel corso dei tempi regolamentari (ed extra). Nel girone eliminatorio è arrivato un ottimo primo posto frutto di due vittorie (Polonia e Slovacchia) e un pareggio (gara inaugurale contro la Svezia). Poi però tutto è sfumato in semifinale al cospetto dei già citati tedeschi (poi comunque campioni), che dopo 120 minuti di sofferenza hanno eliminato gli “Young Lions” alla lotteria dei calci di rigore.

Storia diversa, invece, per l’Under 19, capace di spezzare la propria maledizione conquistando il primo storico titolo europeo di categoria. Un inseguimento durato decenni, ma finalmente terminato in questo fine settimana grazie alla vittoria in finale contro il Portogallo. A decidere la sfida sono stati i guizzi di Nmecha e Suliman, che hanno regalato la vittoria finale agli inglesi. Un’affermazione importante, arrivata dopo aver eliminato anche realtà affermate come Olanda e Germania, e mantenendo la porta inviolata per 3 match su cinque giocati.

Il tutto, però, è avvenuto anche basandosi sullo zoccolo duro del Chelsea conquista-tutto. E questo ci permette di aprire una piccola parentesi su tutto quello che riguarda le varie “Academy”, anche loro pezzo importante del modello inglese. Infatti non è assolutamente frutto del caso che due delle quattro edizioni della Youth League siano state vinte dal Chelsea, risultato parzialmente danneggiato dal fatto che quest’anno i “Blues” non hanno potuto partecipare a causa di una clamorosa “non qualificazione”. Aldilà di tutto il Chelsea è sicuramente uno dei fiori all’occhiello del calcio giovanile inglese, nonché primo grande rifornitore di risorse che permettono alle nazionali di affermarsi a livello europeo e non.

Esattamente come accaduto per l’Under 20, che dopo 51 anni di digiuno ha riportato il titolo mondiale di categoria in patria. In questo caso a fare la differenza è stata anche la grande esperienza dei diversi giocatori, infatti la maggior parte aveva già nel proprio diversi gettoni di presenza in Premier League. Scampato il pericolo della lotteria dei rigori, gli Inglesi hanno compiuto un percorso netto, importante e da protagonisti eliminando Argentina, Italia, per poi avere vita abbastanza facile contro il Venezuela nell’atto finale.

A chiudere il cerchio, infine, c’è il clamoroso “upset” del Torneo di Tolone, da sempre casa di grande talento; dal campo francese sono passate star come Aimar, Beckham e James Rodriguez. Quest’anno la selezione inglese si è ritrovata nella scomoda situazione di non avere una squadra da poter mandare, infatti sia l’U20 che l’U19 erano già impegnate rispettivamente nel Mondiale e nell’Europeo di categoria. La soluzione dell’FA allora è stata quella di mandare sostanzialmente la selezione Under 18, con l’innesto di soli cinque “fuoriquota” (3 20enni e due 19enni). Nonostante ciò, la selezione inglese è stata in grado di confermare la vittoria della scorsa edizione sbaragliando la concorrenza agguerrita di Francia e Brasile, vincendo il derby britannico in semifinale contro la Scozia per 3-0, e rompendo la maledizione dei rigori in finale contro la Costa d’Avorio.

LAVORO, CULTURA E PROGRAMMAZIONE: GLI INGREDIENTI DI ST GEORGE PARK

Ma cosa c’è dietro questa improvvisa salita? quali sono i segreti dell’emergente ed intrepida Inghilterra pronta a conquistare il panorama calcistico europeo e mondiale? Innanzitutto c’è il Saint George Park, il centro d’allenamento da 105 milioni di sterline, dove si allenano tutte le nazionali giovanili. È questo il centro nevralgico della filosofia calcistica british, qui dove tutto ha inizio ed è in continuo divenire.

Volgendo la cosa in termini più spicci e meno filosofici, sono principalmente tre i punti fondamentali su cui si basa questa nuova corrente calcistica, come anche spiegato da Keith Downing in una recente intervista al Telegraph. Il primo punto è sicuramente il duro lavoro. Infatti è vero che il talento naturale sia qualcosa di importante per affermarsi nel mondo del calcio, ma senza il supporto di un continuo allenamento difficilmente si riesce ad arrivare alle vittorie. Ci sono milioni di casi in cui il solo talento non è bastato ad alcuni giocatori, che avrebbero sicuramente potuto dare (e fare) di più. Perciò la prima regola della scuola inglese e mai sedersi sugli allori, bisogna lavorare costantemente sui propri limiti, cercare di andare oltre e migliorarsi sempre. Solo così si può rimanere al top per anni, attraverso quello che gli inglesi chiamano “hard work”.

Il secondo step è sicuramente la cultura. Questo è un elemento interessante, infatti quello che si sta cercando di fare è creare un modello principalmente inglese, che chissà magari poi in futuro sarà studiato ed esportato in altre parti del mondo; esattamente come accade attualmente con le scuole calcistiche spagnole e tedesche. Infatti, quello che i dirigenti del FA hanno notato è che certi modelli non sempre si integrano bene con la cultura britannica, perciò è essenziale cercare di creare un proprio credo tattico e tecnico. Al momento quello inglese è chiaro. Sin dall’età di 15 anni si lavora per creare un chiaro schema di gioco, che anno dopo anno, nazionale dopo nazionale, venga migliorato e assimilato sempre meglio. I punti chiave sono principalmente due. Uno: cercare di giocare sempre la palla, con un possesso ragionato e molto fitto in mezzo al campo, ma senza mai saltare i reparti con lanci lunghi. Due: in fase di non possesso la parola chiave è pressing a tutto campo, l’obiettivo è recuperare la palla nel minor tempo possibile. Un messaggio chiaro e semplice per l’avversario.

Infine a chiudere il cerchio c’è una parolina magica: programmazione. Questo fondamentalmente è il fulcro di tutto. Il lavoro che si svolge nelle “Academy” e nel centro di Saint George Park non deve essere votato a vincere tutto nel minor tempo possibile. Certo i trionfi aiutano, e sono conferma dell’ottimo lavoro che si svolge, ma, soprattutto quando si parla di giovani, si deve entrare in un’ottica diversa. Quello che si deve fare è lavorare per loro, per il loro futuro, il loro avvenire. Quello che i vari allenatori (e selezionatori) devono fare è dare loro gli strumenti per poi effettuare senza grossi problemi il salto tra i Professionisti. Per fare ciò si sta impostando uno schema interessante, che porta le diverse squadre a confrontarsi anche con altre realtà profondamente diverse. Infatti le varie nazionali nel corso del’anno sostengono diversi test amichevoli con selezioni brasiliane o africane. Questo permette loro di maturare una discreta esperienza internazionale e di confrontarsi con diversi dna calcistici, come quello ampiamente tecnico dei brasiliani o quello fisicamente duro degli africani. Insomma l’obiettivo primario è quello di veder aumentare sensibilmente il numero di inglesi all’interno della Premier League, dato importante anche poi per il futuro della nazionale inglese, dipendente da ciò.

Trovato il metodo adesso per l’Inghilterra e il suo movimento giovanile comincia la vera prova del nove, infatti sarà fondamentale dare continuità a queste vittorie, dimostrando che questa estate non è stata un singolo episodio isolato. Chissà magari un domani ci troveremo a parlare del modello inglese, almeno così sperano gli inglesi.