Genoa, l’intervista esclusiva all’attaccante della Primavera Riccardo Benedetti




E’ la seconda volta che intervisto Riccardo Benedetti: la prima risale al dicembre 2015, rimasi molto colpito, ma non era nulla in confronto a questa. La verità è che – come gli ho detto alla fine della nostra lunga chiacchierata – Riccardo Benedetti con il calcio ha poco o nulla a che fare. Attaccante puro, da area di rigore, molto generoso e intelligente, classe ’98 e una casacca cucita come seconda pelle ormai: quella del Genoa, squadra alla quale ha dedicato gli ultimi quattro anni della propria vita, dopo aver lasciato gli affetti a Lucca per accasarsi nel capoluogo ligure. La stagione ha detto Play Off e i Play Off hanno detto Entella, “Ci stiamo lavorando molto, il mister tiene alta la tensione perché è una partita importantissima”, con un occhio al penultimo derby, nel girone d’andata: “feci tutto io, rigore ed espulsione”, si mette a ridere e ammette, per un’altra partita come quella ci farei la firma, anche a costo di saltare quella successiva”.




Scherzi a parte, “è un derby che sentiamo molto” – Riccardo lo sente doppio, visto che è nato a La Spezia e gioca nel Genoa – “e l’alternativa poteva essere la Samp, quindi in ogni caso sarebbe stata una partita carica di motivazioni“. Ciò che colpisce dopo cinque minuti di conversazioni è la lucidissima capacità di analisi, a livello di squadra e su se stesso: “siamo una buona squadra sotto il profilo tecnico e qualitativo”, l’arma in più del Genoa è e resta “il gruppo e la forza aerobica: se hai dei punti deboli puoi colmarli con l’impegno. A quel punto te la giochi con tutti“. Comunque vada quest’estate per Riccardo è la fine di un ciclo. Momento più brutto? “Allievi Nazionali, dopo un ottimo campionato perdemmo all’ultima giornata e ai Play Off ci andò il Parma”, partita “vendicata” in parte all’ultima Viareggio Cup, feci doppietta, ma non bastò a passare il turno”. Ci pensa ancora meno quando deve dirmi il momento più bello, “derby con l’Entella al ritorno, la scorsa stagione: perdevamo 3-1 e alla fine abbiamo vinto 4-3 all’ultimo minuto, la partita più bella che abbia mai visto nella mia vita, abbiamo festeggiato per una settimana (ride)”, ma in generale non c’è paragone tra momenti belli e brutti, penso di essermi tolto tante soddisfazioni“. 

E com’è convivere in area di rigore con un attaccante di grande talento come Raul Asencio (24 presenze, 19 gol in stagione)? “E’ un ragazzo d’oro, siamo molto amici, non è un presuntuoso ed è il primo a darti una mano se hai bisogno”, senza contare quello di cui è capace in campo, “è fortissimo, si merita una grande squadra e di raggiungere tutti i traguardi che merita”, e che cosa significa esserci in sintonia “so sempre dov’è, so che palla mi darà e che palla posso dargli, conosco i suoi pregi e suoi limiti, lui i miei”. Al ventesimo minuto di conversazione, considerato il parlare cadenzato e la sua incapacità nel fare un discorso privo di senso, si intuisce il motivo per cui “non ho problemi a socializzare con nessuno. Matarese è un mio grande amico, ma in generale vengo incontro a tutti”, quello che non sopporta sono gli attriti nello spogliatoio, se non siamo in sintonia la squadra non gira: per questo evito comportamenti sopra le righe“.  

La personalità non comune di questo ragazzo lo porta a scegliersi idoli “atipici, come Mario Mandzukic”, che non è bello a vedersi, ma “ovunque lo metti ha un rendimento altissimo, mi piace il suo comportamento: in campo è duro ma sempre molto sportivo, vorrei essere come lui”. Dopo mezz’ora al telefono ho capito che non c’è nessuna differenza tra Riccardo in campo e fuori, allora gli chiedo quanto è cambiato negli ultimi quattro anni. “Molto, oggi riesco a fare quasi qualsiasi cosa senza disturbare i miei genitori: posso fare scelte in maniera autonoma, so organizzarmi con lo studio e posso spostarmi ovunque senza problemi”, ma con un occhio puntato sempre sui proprio limiti, soprattutto in campo: “devo assolutamente migliorare tecnicamente, sono diventato molto più sicuro dei miei mezzi grazie al lavoro che ho fatto in questi anni”, rivelando poi uno dei poteri magici dello sport, “il calcio mi ha aiutato a sapermi apprezzare, a conoscere le mie lacune per colmarle e i miei punti forti per esaltarli”. 

Un occhio a se stessi, uno a chi ha contributo a tutto questo: “i miei genitori”, ovviamente, “ma anche mio fratello piccolo, che non mi ha mai fatto pesare di averlo lasciato da solo e anzi è fiero di me”, ultima ma non in ordine di importanza, “la mia ragazza, tifosissima del Milan e grande appassionata di calcio, che mi viene sempre a vedere a Genova da Lucca. Una volta è venuta fino a Novara”. Sulla scuola non si nasconde, ho voti molto alti allo Scientifico”lui si definisce “strano” perché “riesco a concentrarmi, a pormi obiettivi e a portarli a termini”: resta uno strano concetto di “strano”, per la verità. Alla fine del ciclo gli chiedo un consiglio a chi invece il cammino nei settori giovanili professionistici lo ha appena cominciato, lui ha a risposta pronta: tenete sempre un piano B. Il calcio può essere tremendo, oggi sei il migliore e domani potresti essere l’ultimo della squadra, la componente fortuna è molto importante”, e lo dice uno che lo ha passato sulla pelle, “quando ero più piccolo mi lamentavo di non avere le forze di portare avanti studio e calcio, oggi sono fiero di aver dato tutto per entrambe le cose” – qual è il piano B di Riccardo? – “mio padre fa il dentista, vorrei fare il test di odontoiatria a settembre“. 

Il futuro lo incuriosisce“, qualsiasi cosa riserverà, anche se “al calcio non si voltano mai le spalle: se va male sarà comunque stata un’esperienza incredibile, non ho rimpianti“. Un ragazzo con la predisposizione innata all’impegno, al superare e mettere continuamente in discussione se stessi, ha la possibilità di fare qualsiasi cosa: perché proprio spingere in porta un pallone di cuoio? “”Un giorno ero con il mio procuratore, Vittorio Tosto, in macchina dalle parti di Genova. Lui ha fatto una stagione nella Samp e una nel Genoa, ma sono più di dieci anni che ha lasciato la città. Ci siamo fermati ad un autogrill  ed è stato preso d’assalto da un gruppo di tifosi genoani: hanno fatto foto e urlato il suo nome come se non se ne fosse mai andato, è stato incredibile. L’emozione di sentirsi amato dalla gente è impareggiabile”Questo era Riccardo Benedetti, uno che francamente con il calcio non ha niente da spartire. Non parliamo di statistiche e prestazioni, per quella ci sono le partite, non le interviste: si tratta di un certo tipo di onnipotenza, quella che gli permette di affrontare ogni cosa senza lasciarsi alle spalle occasioni mancate, sotto porta come in ogni campo della vita. E chi non ha rimpianti ha già vinto ogni partita.