Un fulmine a ciel sereno scuote il mondo del calcio giovanile e non soltanto. Sì, perché dietro alla decisione del giovane Filippo Cardelli, che ieri ha improvvisamente deciso di lasciare la Primavera della Lazio, ci sono motivazioni forti e la ferrea convinzione di abbandonare una realtà a cui non sente più di appartenere. Quello pubblicato dal difensore sul proprio profilo Facebook appare come uno sfogo, una denuncia, un messaggio attraverso il quale ci tiene a comunicare al mondo che “no, non è affatto tutto bello come vedete da fuori“. Filippo non lascia soltanto la Lazio ma anche il calcio italiano che definisce “morto” e si appresta a vivere una nuova esperienza negli Stati Uniti, con la speranza di lasciarsi alle spalle i fatti che lo hanno spinto a prendere questa drastica decisione. La redazione di MondoPrimavera.com lo ha intervistato in esclusiva per conoscere meglio le motivazioni che stanno alla base del suo clamoroso gesto:

Ciao Filippo. La tua è indubbiamente una scelta insolita, difficile e coraggiosa: quando hai deciso di smettere?
Sinceramente ci pensavo da un po’, da quando mi sono infortunato, perché quando ti fai male sul serio, come è capitato a me, cominci un po’ a riflettere su ciò che vale la pena fare e non. La decisione di dirlo al mister è stata forse impulsiva ma dietro c’è una riflessione che dura da tanto. Mi sono dovuto buttare e certamente ci è voluto coraggio, perché rinunciare in un attimo al lavoro di dieci anni è difficile, però dalla risonanza che ha avuto il mio gesto e da tutti i messaggi di stima che ho ricevuto, penso sinceramente che ne sia valsa la pena. Mi piacerebbe che la cosa non finisse qui – spiega Cardelli – ma non perché voglio pubblicità o chissà cosa. Vorrei che questa mia rinuncia diventasse importante, anche perché in tanti hanno capito cosa intendo“.




Quando hai cominciato a renderti conto che il “sistema calcio” non funzionava?
Te ne accorgi quando inizi a crescere. Ho avuto la fortuna di essere andato a scuola e di essere un ragazzo intelligente. Piano piano capisci come funzionano le cose e guardi tutti i sacrifici che hai fatto fin da bambino. Quando hai 15-16 anni non ti rendi conto pienamente di quello che fai, perché lo fai con passione e non comprendi come funziona il mondo del calcio. Quando ero un ragazzino e mi dicevano che è un mondo corrotto, io mi arrabbiavo, rispondevo che il calcio è il mio sport, la mia vita, è il mio sogno e che non possono toccarmelo in questo modo. Adesso che di anni ne ho 18 riconosco che hanno perfettamente ragione e che non ne vale la pena. Ho avuto la fortuna di lasciarmi aperta la strada della scuola, ma tanti altri non lo hanno fatto e sono condannati a giocare. Viviamo in un paese in cui lo sport e la cultura si combattono senza un senso: la scuola dice che giocare a calcio non serve a niente, mentre lo sport ti toglie tanto tempo e se ne frega degli orari scolastici. Arrivi a fare una scelta quando hai 14 anni e non sai cosa vuoi fare nella vita: ci sono persone che non hanno il coraggio di smettere di giocare per paura di ritrovarsi a fare il muratore”. 

Pensi che i problemi che hai denunciato ci siano anche altrove?
Penso di sì, anche perché mi sono arrivati messaggi da altri ragazzi che mi hanno fatto i complimenti per aver avuto il coraggio di dire quello che avrebbero voluto dire anche loro. Mi hanno detto che anche negli altri club gli stranieri hanno il contratto e vengono trattati come dei privilegiati, mentre loro non vengono rispettati. Ho giocato anche in altri settori giovanili e dico che non c’è niente da fare: le “marchette” esistono un po’ ovunque nel mondo del calcio. E’ triste, queste cose accadono a ragazzini di 12 anni così come in Serie A, nel calcio professionistico”.

A tuo avviso, c’è qualcosa che può salvare il nostro calcio?
La gente dovrebbe smetterla di andare allo stadio e di seguirlo in televisione. Dovrebbero organizzare delle proteste, fatte bene e convinte, chiaramente senza l’uso della violenza perché non serve a niente. Servono proposte intelligenti e persone perbene e con dignità nei ruoli importanti: se le persone che gestiscono il calcio non prestano attenzione a quello che succede, posso dire quello che mi pare ma a nessuno fregherà mai niente. In Italia è così: il giorno dopo tutti ne parlano e tra un mese se ne sono già dimenticati tutti. Sai a cosa ho pensato?“.




Prego.
Al terremoto di Amatrice. Quando c’è stato il minuto di silenzio: ecco, c’erano squadre con undici stranieri. Pensa che bello se ci fossero stati undici italiani, pensa con che orgoglio, con che emozione, con quale tristezza nel cuore sarebbero scesi in campo. Magari ci sarebbe potuto essere un ragazzo italiano che proveniva da quei territori: i suoi concittadini lo avrebbero visto in televisione e sarebbe apparso come un eroe, un rappresentante, come un qualcuno che porta un messaggio di speranza, che trasmette forza. Ecco, è questo che secondo me manca. Abbiamo perso la tradizione. Ormai in Italia è rimasto il calcio e il cibo: e poi? Sono stato in America a visitare l’università: sono casette a schiera, carine, per carità, ma non c’è niente di più. Solo che mettono insieme due palazzi e mi danno l’opportunità di studiare, di giocare a calcio, di diventare una persona migliore e chissà, magari di andare a giocare in MLS se sarò abbastanza bravo da meritarmelo. Mi hanno detto che il merito è la prima cosa che conta: se sarò bravo e ci metterò impegno – spiega Cardelli – avrò quello che mi merito in base al sacrificio che ci avrò messo per guadagnarmelo. Qua in Italia non è così, ma non solo nel mondo del calcio. Negli Stati Uniti non ci sarà mai il Colosseo o un buon piatto di pasta ad aspettarmi, però là guardano ai meriti e indubbiamente la borsa di studio mi dà un grande aiuto”. 

Cosa ti aspetti dagli USA e come mai li hai scelti?
Ho parlato con un’università che ha sede in Kansas City. E’ molto prestigiosa, sia a livello accademico che sportivo, per quanto riguarda il calcio. Questa per me sarebbe la destinazione migliore, però mi hanno lasciato ampia libertà di scelta: metteranno il mio profilo su un sito e arriveranno delle offerte da varie università, che potranno magari pagarmi la borsa di studio per intero oppure parzialmente, oppure solo per il calcio o anche per gli studi… Mi hanno fatto capire di volermi – prosegue Cardelli – ma allo stesso tempo mi hanno lasciato molta libertà di scegliere. Ho manifestato loro la paura di rifarmi male. Sai cosa mi hanno risposto? Che mi pagherebbero lo stesso la borsa di studio e le spese per curarmi per poi farmi giocare quando starò bene. Io non vado là solo per giocare a calcio, ci vado perché mi garantiscono un futuro. Quanta gente in passato, in Italia, ha dedicato la vita al calcio e non ha avuto un futuro perché si è infortunata gravemente? Il sistema americano è diverso e nettamente migliore: se mi “spacco” e devo smettere di giocare a calcio, sono comunque all’università, posso laurearmi e trovare un lavoro. Imparo l’inglese, magari faccio pure un corso di spagnolo e a quel punto divento trilingue”. 




Hai parlato con i tuoi compagni prima di lasciare la Lazio? Cosa ti hanno detto?
Sì, con tutti i miei compagni. Si meritavano una spiegazione prima degli altri e li ho chiamati prima di manifestare la mia decisione. Hanno capito la mia scelta, perché sanno che lo faccio per avere un futuro migliore. Non sono stupidi, sono ragazzi intelligenti che conoscono il sacrificio e rispettano le decisioni altrui: questo mi ha fatto molto piacere. Mi hanno fatto un grosso in bocca al lupo, tanti messaggi di auguri e qualcuno addirittura mi ha chiesto: non è che posso venire pure io?” (ride, ndr).

Quali sono le persone (allenatori, dirigenti, compagni) che ti hanno lasciato qualcosa di positivo?
Tante. Le persone sono abituate a vedere la Serie A che è quella più seguita a livello di audience, ma a livello giovanile e dilettantistico c’è tanta gente onesta, compresi voi giornalisti che lavorate spesso gratis e con tanta passione per il calcio. Mi sento di ringraziare tutti gli allenatori che ho avuto: Baronio è sempre stato una grande persona con me, mi ha allenato al Futbolclub e abbiamo vinto insieme un campionato regionale battendo la Roma in finale. Anche mister Franceschini, nell’ultimo vero anno di calcio italiano che ho fatto: quello degli Allievi Nazionali, quando eravamo venticinque italiani, tutti senza una lira, uniti a combattere per un unico obiettivo. Mi sarei fatto ammazzare per i miei compagni. C’era un gruppo, uscivamo tutti insieme, ci divertivamo… Adesso non sento più questo, non c’è più la gioia di andare al campo, divertirmi e sacrificarmi per la squadra. Quando entrano i soldi non c’è più niente per cui valga la pena combattere”.

Questa è la storia di Filippo Cardelli. Non soltanto un ottimo difensore, ma un ragazzo di diciotto anni che, come tutti i suoi coetanei, ad un certo punto della sua vita si interroga su quello che sarà il suo futuro vedendo di fronte a sé più ombre che luci. Filippo, attraverso il suo gesto, ha voluto denunciare un calcio che non appare esattamente come il mondo che sognava da bambino. Lo ha voluto fare attraverso noi di MondoPrimavera.com, con la ferrea volontà di inseguire i propri sogni e una maturità impressionante per un ragazzo di diciotto anni, con la speranza di rappresentare un monito per quel “sistema calcio” che forse non ha bisogno di eroi, ma di esempi virtuosi da seguire.

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