E’ una scorciatoia che porta a nulla, ma vallo a spiegare a chi crede che sia semplicemente un piccolo sforzo necessario per dare forza a una carriera che non è ancora iniziata o che invece stenta a decollare.

Pagare per giocare a calcio.

Una cattiva abitudine che negli ultimi anni ha conquistato sempre più spazio sia nel calcio dei piccoli che in quello dei grandi, sia – e soprattutto – nel mondo dei dilettanti che in quello dei professionisti. Complice involontaria – forse all’inizio ma di sicuro non meno colpevole – una federazione un po’ distratta che non pensa minimamente a risolvere il problema, perché molto semplicemente nega che questo esista. Più comodo così, altrimenti sai la fatica a provare a risolverlo? Meglio ignorare e scansare i grattacapi. E se invece ci provasse? Da dove partire per fermare questo fenomeno ormai ampiamente sdoganato come un investimento sul futuro?

Da un lato occorrerebbe sicuramente placare l’esuberanza di certe famiglie che possono permettersi di mettere mano al portafoglio per agevolare la carriera del campioncino di casa fin dalle categorie più piccole così come la disperazione del giocatore che non può proprio pensare a un futuro senza giocare a pallone e, pur di rimanere sul, carro paga, dall’altro bisognerebbe individuare e fermare le persone che da dietro una scrivania offrono queste opportunità a pagamento. Direttori (sportivi, tecnici o generali poco importa), responsabili di settori giovanili, allenatori e procuratori di varia natura che maneggiano sogni e ambizioni di persone come fossero dei prodotti da piazzare in qualche finta vetrina. Eh sì, perché meglio chiarirlo subito, qui non si parla di calcio, o meglio, solo chi paga (preferite il verbo investire per caso?) crede sia così. In realtà i calciatori, quelli veri intendo, queste persone li vanno a scovare, corteggiare, trattare e prendere nel modo tradizionale, mentre quelli che servono per fare cassa li trovano scegliendo tra i tanti che vogliono investire (qui invece preferite il verbo pagare?).

Non cito volutamente i presidenti nel gruppetto di furbacchioni non certo perché siano estranei a questo tipo di comportamento, ma perché partecipano in modo diverso a seconda che si tratti di serie A o B o altre categorie. Nelle due serie maggiori infatti, sono “solo” colpevoli di chiudere spesso un occhio e di non vigilare sui propri dipendenti che arrotondano offrendo soluzioni calcistiche a pagamento, mentre dalla Lega Pro a scendere sono invece direttamente coinvolti nella proposta delle offerte e nelle trattative collegate. In entrambi i casi restano ampiamente responsabili dello sviluppo di questa pratica.

Non si paga per giocare in A (non ancora mi viene da dire, anche se i fondi proprietari di società e calciatori potrebbero aprire nuovi scenari anche dalle nostre parti a breve) e nemmeno in B (non ho certezze e prove, quindi vale il discorso della massima serie), succede invece in Lega Pro, in tutte le categorie dei settori giovanili fino alla massima serie, e anche nel mondo dei dilettanti. Sì, c’è anche chi pensa sia necessario pagare per stare in campo nel mondo dilettantistico.

Un fenomeno in costante crescita negli ultimi anni e in continua evoluzione perchè se prima si pagava solo per avere un posto, adesso ci sono opzioni e prezzi a seconda delle formule d’investimento scelte. Quali?

Faccio qualche esempio, tralasciando la prima formula innocente che riguarda i più piccoli quando, regalando palloni o materiale tecnico ma anche pagando trasferte in pullman, alcuni genitori mettono comunque qualche passo avanti il figliolo rispetto agli altri compagni. In questi casi diciamo che c’è ancora il dubbio che siano gesti fatti con il cuore e non con la mente diabolica di un genitore pallonaro. Crescendo invece, tocca iniziare a spendere un po’ di più perchè spesso per il ragazzino che approda in un settore giovanile professionistico la vita lontano da casa costa, e questo costo capita, con sempre più frequenza, che non possa più essere sostenuto dalle società (che invece dovrebbe garantirlo) e così c’è chi spende dai cinquecento ai mille euro al mese per il mantenimento della giovanissima promessa lontano da casa. Cifre che non sempre finiscono nelle casse della società per il vitto e alloggio e che non garantiscono nemmeno minuti in campo maggiori rispetto ad altri compagni di squadra ma sono solo il preludio per ulteriori richieste future che puntuali arrivano negli anni successivi quando le cose si fanno più serie, la concorrenza è spietata e occorre investire per fare la differenza.

Un posto negli allievi nazionali garantito? Diecimila euro minimo. Una Primavera con un bel contratto da professionista? Sessantamila ci stanno bene. Qualcosina in più? Magari un’apparizione in prima squadra in serie B? Fa novantamila. Esatto, avete letto bene: novantamila euro. Qualcuno li ha pagati perchè un dirigente gli ha garantito questa possibilità. Per i giovani c’è poi anche chi offre, per qualche manciata di migliaia di euro in più, la possibilità di convocazioni varie in nazionali giovanili, non sempre riesce poi a mantenere la promessa fatta ma poco importa, in fase di trattativa questa opzione ha sempre un certo appeal.

Poi si cresce e si entra in zona contratto e anche in questo caso serve uno sforzo per tagliare la coda e la concorrenza. Primo contratto? Restituisci tutto il tuo compenso, lordo beninteso, e ti mantieni da solo. Aggiungendo anche il “disturbo” per chi ti ha messo in condizioni di ricevere questa proposta ed ecco che si superano i trentamila abbondantemente. Il trattamento resta più o meno uguale anche quando si rimane senza contratto (su una strada, quindi) e in qualche modo si deve ripartirte: occorre investire e chi è disperato lo fa.

Non dimentichiamo che in tutte queste situazioni sono coinvolti tesserati FIGC che dovrebbero conoscere – e soprattutto rispettare – le regole per evitare simili porcherie.

Non accade però.

Una società non può fingere di non sapere nulla, e nemmeno una federazione.

Circolo vizioso.

Tornando alle prime righe: é un piccolo sforzo necessario.

Piccolo e necessario.

Luca Vargiu