Un calcio senza fantasia, che deve ripartire dal divertimento. Abbiamo scambiato quattro chiacchiere con Ezio Glerean, ex allenatore di Palermo, Spal e Cittadella, tra le altre. Una vita dedicata al settore giovanile, a cercare di rilanciare un calcio che sembra aver perso la propria essenza: la passione dei ragazzi. Ha scritto anche un libro, Glerean, che si intitola “il calcio e l’isola che non c’è”: un manuale per ripartire da ciò che dovrebbe stare alla base e paradossalmente non c’è, e cioè il bello di giocare a questo sport. Dalle quattro chiacchiere ne è venuta fuori una lunga intervista, che vi proponiamo in esclusiva, con tanti spunti interessantissimi e soprattutto con la competenza di chi può fare veramente qualcosa di grande per il nostro pallone.

Ripartire dalla passione: un dogma che sembra tanto ovvio, ma che racchiude in sé la vera essenza del calcio. Quando è secondo lei il momento in cui il nostro calcio ha subito una battuta d’arresto?

“E’ brutto e paradossale da dire: nel momento in cui sono subentrate le scuole calcio e i giocatori, quando sono arrivati gli allenatori ad allenare e non a “far giocare”. Se vogliamo vedere i campioni – che oggi non abbiamo – bisogna cambiare filosofia, perché questa ha portato solo rinunce a questo sport. A tredici-quattordici anni, quando i ragazzi possono scegliere di ribellarsi, allora lasciano il calcio.”

C’è stato un cambiamento a livello sociale o mentale? Mi spiego meglio: i ragazzi di oggi sono frutto di una società ricchissima di distrazioni oppure semplicemente sono stati i grandi a far smettere di appassionare i ragazzi?

“Purtroppo ci siamo messi in testa, con le creazione delle scuole calcio, che questo sport sia qualcosa da insegnare. Il calcio si impara: i grandi devono mettere i ragazzi in condizione di competere. Questo porta al divertimento, al piacere, alla conoscenza dei concetti di sconfitta e vittoria. Nei nostri campionati Esordienti e Pulcini abbiamo tolto le classifiche per fare in modo che non ci siano liti tra i “grandi”, non perché ci sia una crescita nei piccoli. Abbiamo fatto di tutto per far bene agli adulti, togliendo tutto il divertimento”.

Una delle idee più rivoluzionare è quella di mandare i ragazzi a giocare e l’allenatore in tribuna: l’ha fatto con gli esordienti del Sassuolo. Com’è stata la reazione?

“Io sono andato da loro per far vedere come si fa questa cosa, che in realtà è semplicissima. I bambini sanno cosa fare, l’importante è dare loro la possibilità di scegliere. Quando non c’erano le scuole calcio e si giocava in strada, a turno due ragazzi si sceglievano la squadra. Lo sappiamo che loro mettono in campo la formazione migliore per vincere la partita: però scegliere è già una responsabilità. Andare in campo senza che nessuno ti dica niente ti dà la possibilità di sbagliare, così si crescono i ragazzi. Lo fanno da tanti anni in Olanda, ora lo fanno in Belgio. L’allenatore crescerà molto dando questa possibilità ai ragazzi. Durante la settimana lui ha la possibilità di interagire con i giocatori e di far vedere loro certe situazioni, mentre dare loro la possibilità di portare a casa i tre punti la domenica è di aiuto sia ai giovani stessi, sia al chi li allena. A Giovanni Marsili, allenatore degli esordienti del Sassuolo, ho detto semplicemente di togliersi piano piano dal gioco dei ragazzi: il resto sarebbe venuto da sé. Questo l’hanno capito anche i genitori, perché sanno che quando i ragazzi stanno giocando bisogna lasciarli fare: non si può dire all’allenatore che ha sbagliato formazione da mettere in campo, perché in realtà l’hanno scelta i loro figli”.  

Interessante è anche il dato sul bacino demografico italiano, che in rapporto a quello olandese è molto inferiore, ma allo stesso tempo ha un numero altissimo di rinunce: come accade questo?

“In Olanda c’è un’idea – che poi è l’Ajax – per la quale gli adulti partecipano alla crescita, che non è solo tecnica, ma tecnico-educativa. Questo i genitori lo sanno. Quando l’Ajax mette in condizione i ragazzi di 10-11 anni di giocare contro quelli che ne hanno 15-16 anni, anche se le prime partite perdono 10-0, l’adulto lo sa: alla fine del percorso di lavoro con l’allenatore i ragazzi magari vincono contro la stessa squadra, contro la quale hanno perso 10-0 la prima volta: è allora che noi abbiamo la crescita”.

Qual è la differenza tra il ragazzo che imparava il calcio trent’anni fa e quello che lo impara oggi?

 “Il calcio ha avuto da sempre una propria identità. Tutti noi abbiamo fatto un percorso di ispirazione. Ai tempi miei la televisione ancora non c’era, però mi ricordo che c’erano le figurine o che cominciavo andare a vedere le partite nei bar, ai tempi della grande Inter. Poi imitavamo questo modo di fare di questi grandi campioni: stimolavano la fantasia, tu potevi provare e riprovare a essere come loro. Adesso questo modo di agire non c’è più perché sono subentrate delle figure che non capisco che ruolo abbiano. Cioè, è importante che ci siano allenatori e dirigenti, ma non sono educati: la nostra scuola non fornisce conoscenza a queste figure, soprattutto sotto l’aspetto della gestione dei genitori. Questi devono essere una risorsa, non un disturbo. I genitori devono essere regolati: il paradosso è che questi personaggi si appassionano al posto dei figli, si emozionano quando il proprio figlio gioca e segna. Quando però viene messo in panchina, gli adulti vanno fuori controllo e assistiamo a manifestazioni poco gradevoli. Quando lo scorso anno a Sky incontrai Panucci e Costacurta, loro mi dissero che avevano fatto il loro percorso calcistico fino a tredici anni in oratorio: fino a quel momento non c’è stata per loro nessuna figura di riferimento che insegnava a giocare a calcio. E’ così che si impara questo sport, perciò noi abbiamo avuto l’ultima generazione di campioni che non si è formata nelle scuole calcio”.

Capitolo nazionali giovanili: non c’è un po’ troppa attenzione al blasone della squadra piuttosto che al giocatore stesso? Ci sono tanti in squadre, per così dire, minori che si meritano una maglia azzurra ma vengono scavalcati da giocatori delle solite Inter, Juventus, Milan e Roma.

“Questo è sempre successo nel nostro calcio. Anche io quando giocavo nel settore giovanile a Genoa ho avuto la stessa sensazione. In ogni caso, quando un ragazzo è bravo, emerge. La cosa negativa di adesso è che una volta, se tu eri bravo e giovane, giocavi perché l’allenatore andava a controllare il settore giovanile ed era convinto di poter trovare del buono anche lì. Adesso un tecnico non partecipa più alla vita della società, perché se non vince tre partite va a casa: non c’è crescita, è un cane che si morde la coda. Conviene, secondo me, schierare i giocatori anche se sbagliano: ci sono tanti ragazzi che sono bravi, vanno solo sperimentati”.

Squadre B: lei conosce profondamente il modello olandese, cosa ne pensa su questo argomento?

“Non cambia nulla: la cosa importante è che noi in Italia dobbiamo vedere il calcio come una piramide con la punta, non senza. Se un allenatore non va a prendere il giocatore nella squadra B, allora siamo da capo. E’ la mentalità che dobbiamo cambiare. Faccio un esempio. Padova è uno dei più grandi settori giovanili del Veneto: mi ha sempre stimolato l’idea di portare un ragazzo delle giovanili in prima squadra e quando allenavo io questa cosa succedeva. Adesso sono anni che a Padova non esordisce nessuno”.

Scuola e calcio: la Juventus sta prendendo la strada dell’Academy per formare il ragazzo e il calciatore allo stesso tempo. E’ questa la via da seguire oppure lei pensa fondendo le due cose si abbia una eccessiva invadenza da parte delle società nelle vite scolastiche dei ragazzi?

“La disciplina l’abbiamo sempre avuta. Il nostro sport dovrebbe essere prima sport, poi regole e disciplina. E per arrivare al rispetto delle regole bisogna che i ragazzi si divertano, perché altrimenti abbandonano. I ragazzi vanno a scuola e lì ci sono regole, poi tornano a casa e anche lì trovano la disciplina: quando giocano a calcio prima di tutto dovranno divertirsi, il rispetto sarà una conseguenza”.

Orsolini (Ascoli), Moreo (Entella) e Cortesi (Cagliari): ex giocatori della Berretti che sono “esplosi” in Primavera. Semplicemente un caso, oppure c’è una carenza strutturale nelle società di Lega Pro che impedisce la piena realizzazione del giocatore?

“Abbiamo fatto per vent’anni tanta confusione. Con i cosiddetti “fuoriquota” abbiamo fatto giocare i giovani solo perché la loro carta d’identità gli dava la possibilità di farlo: non è cresciuto nessuno con questo atteggiamento e noi abbiamo perso la terza serie, che è sempre stata un grandissimo serbatoio per i nostri calciatori. Il ragazzo che viene preso come fuoriquota, percepisce uno stipendio, si sente stimolato, pensa di avere un ruolo importante: l’anno dopo non lo è più e viene mandato via, così sì buttano via i giocatori. Dopo vent’anni non lo abbiamo ancora capito?”.

Penso al tridente dell’Inter: Bakayoko, Correia e Kouamè. Oggi si punta troppo sul fisico e poco sulla tecnica?

“La tecnica è una cosa che impari da piccolo, giocando, provando e riprovando. Non te la insegna un allenatore. Il percorso che faceva il campione, o comunque il buon giocatore, fino a qualche anno fa era questo: dai cinque ai tredici anni è gioco, in cui, che sia un muro o degli amici, prendevi confidenza con il pallone; dopo incontravi l’allenatore, che ti insegnava come si stava in uno spogliatoio, in un gruppo e le regole. Ti eri già fatto un bagaglio di gesti e di tecnica importante: i ragazzi che noi cresciamo hanno dei limiti. Ad esempio, pochissimi oggi sanno giocare indistintamente sia con il destro che con il sinistro, eppure fanno allenamenti tutti i giorni ricercando la tecnica con entrambi i piedi. Questo accade perché abbiamo perso il vero momento in cui si impara la tecnica, abbiamo perso la competizione. I ragazzi di oggi sono ben messi fisicamente, ma hanno questi limiti tecnici: non parlo di gesti, parlo di una fantasia che non è mai stata incentivata. A noi non manca il calciatore che stoppa la palla o fa un passaggio correttamente, noi abbiamo bisogno della giocata che ci cambia la partita”.