Baggio&Zoff, una chitarra e un audio di bassissima qualità: strano modo di cominciare una storia che parla di calcio. Eppure, a prescindere dai guanti, il ruolo del portiere e la chitarra non sono poi così distanti: è un lavoro di precisione, questione di millimetri e il risultato è lo stesso. Musica per le orecchie di chi ascolta, musica per gli occhi di chi guarda quel rigore parato.

“E’ nato portiere, era un predestinato: chiunque nelle giovanili avrebbe detto che sarebbe diventato un campione”, è di Franco Tancredi – storico portiere della Roma negli anni ’80 –  la voce che sentenzia: un maestro per Carlo Zotti, classe ’82. Segni particolari: nato a Benevento e vita calcistica tormentata. “Poi si è perso”, altre quattro parole per Tancredi, le ultime quattro che chiudono la storia di un portiere che forse non è mai veramente voluto arrivare dove meritava. Nasce e cresce con il pallone prima tra i piedi e poi tra le mani: inizia a giocare come centravanti – storia già sentita per molti portieri – poi ha cambiato lato del campo, ha invertito totalmente il ruolo ed è diventato portiere, un po’ per caso, un po’ perché mio padre aveva giocato a calcio in porta e alla fine sono rimasto trai pali”, come dirà lui stesso qualche anno dopo. Rimette la chitarra nei sogni nel cassetto, indossa i guanti da portiere lo fa anche piuttosto bene. Lascia la Virtus Foglianise, squadra dove ha iniziato a giocare, per tentare la fortuna in un Palermo lontano da quello che siamo abituati a vedere oggi: esordio in Coppa Italia di Serie C, entra a tre minuti dalla fine e accompagna l’1-1 al triplice fischio. E’ il derby contro il Catania, è anche l’esordio tra i “grandi” per un ragazzo di diciotto anni che forse non è veramente convinto di quello che sta facendo e di chi potrebbe diventare.

Poi la città eterna. Biglietto aereo da Palermo, direzione Roma, per crescere nella Primavera giallorossa agli ordini proprio di quel Franco Tancredi che per lui “è competente e scrupoloso, cura molto la tecnica e la psicologia” e lo riempie di consigli, “anche troppi” aggiunge Zotti. A diciannove anni il portierino campano non ha molto da dire, vede persone intorno a sé che lo riempiono di complimenti, che credono in lui e si aspettano qualcosa, ma entra in crisi: va controcorrente, vuole smettere di giocare a calcio. Il giorno si allena con Totti e Batistuta, la sera pensa che quel mondo non gli appartiene. Folle, dite voi? “La fama, il successo e i soldi: quando ho cominciato anche io pensavo a questo, poi però capisci che serve altro. Quando ti accorgi che quello che fai non ti diverte più e non hai più la passione, allora è il momento di lasciare. Era un po’ che ci pensavo, poi ho deciso di dirlo alla società e ai miei genitori. Ci è voluto coraggio”. E ci crediamo che ce ne sia voluto: diciannove anni, un futuro da predestinato e la voglia di mollare un regalo grande così, il talento.

Non le capisce tutte quelle telefonate, lui vuole solamente scegliere il meglio per sé stesso: la chitarra e “trovarmi qualcosa da fare, non posso pensarmi tra dieci anni come un impiegato di banca”. Non vuole dimostrare nulla, ha il pane ma non ha i denti, come si dice di chi è perfetto a metà. E’ un periodo tormentato, di un ragazzo come tanti in piena crisi d’identità che si risolve molto presto – per fortuna – in una retromarcia. Qualcosa però, in quei mesi, si è rotto. Zotti continuerà a giocare sì, ma senza voler dimostrare nulla a nessuno, senza la pressione, senza per forza dover dar seguito a tutti quelli che gli dicono che è un predestinato. La prima stagione alla Roma è da terzo portiere, non certo il ruolo migliore per chi vuole mettersi in mostra. Scorre il 2002/2003, una presenza, 24’ in campo e un gol subìto. Qualcosa comincia a muoversi nella stagione successiva, grazie allo stesso Fabio Capello che lo ha fatto tornare a giocare e a urlare a pieni polmoni “il calcio è la cosa più importante della mia vita”: ha la stima dello staff, e grazie agli infortuni di Pellizzoli e Lupatelli – mors tua vita mea è crudele, ma per un terzo portiere spesso è l’unica speranza – riesce a scendere in campo in dodici occasioni da titolare, tra campionato, Coppa Italia e Coppa Uefa.

Le buone prestazioni lo premiano e all’alba della stagione calcistica 2004/2005 Zotti ha fiducia: la chitarra è tornata ad esse un hobby, il pallone è di nuovo la sfera perfetta al centro di tutto. Viene promosso a secondo portiere e le precarie condizioni fisiche di Pellizzoli gli danno l’opportunità di dimostrare finalmente di che pasta è fatto: quattordici presenze, di cui dieci in Serie A, ma prestazioni troppo altalenanti per poter soffiare il posto al numero uno. Il momento più alto è un rigore parato a Flachi, contro la Sampdoria, in un 3-1 per i giallorossi.

Inizia l’infernale discesa che lo porta, come prima tappa, ad Ascoli per farsi le ossa. Sono passati i tempi dell’Under 21, dove Zotti ha collezionato 2 presenze e ha conquistato l’Europeo di categoria: non rimane nulla del periodo in cui era considerato un astro nascente del nostro calcio, solamente una serie infinita di panchine in quel grigissimo anno che regalò agli italiani la croce di Calciopoli e la delizia del Mondiale vinto. E dire che sarebbe potuta andare diversamente, giocando ad alti livelli nella stagione precedente avrebbe potuto guadagnarsi anche una maglia da terzo portiere a quel Mondiale, ruolo poi occupato dall’altro classe ’82 Marco Amelia, cresciuto – guarda caso – proprio a fianco di Zotti nella Primavera giallorossa.

Segue il 2006/2007, maledetto il tempo che vola. Ieri una promessa, oggi ancora a Roma, fuori squadra fino a gennaio. Biglietto per Genova, ma con la Sampdoria è tutto fuorché amore a prima vista: tre presenze, due in coppa e una in Serie A, sei gol presi. A Roma lo aspettano la stagione successiva, per fare il quarto portiere, l’ultima ruota del carro giallorosso: scorre via anche il 2007/2008. Allora nuovo prestito, stavolta al Cittadella, dove finalmente Zotti trova il calcio giocato con regolarità e buone prestazioni, frenate dalla sfortuna: una serie di infortuni e le ottime partite di un ex secondo portiere come Pierobon gli soffiano il posto da titolare. Il calcio è fatto di treni che passano una volta sola. A Roma per Zotti passò nella stagione 2005/2006, ma lui non ci salì, mentre per Pierobon passò quella stagione. A farne le spese fu il tormentato portiere campano. La Roma lo abbandona e lui vaga senza meta, sapendo solo dove non rimarrà, in Italia. Lo accolgono i quattro cantoni elvetici, dove con il Bellinzona trova due buone stagioni, mentre la terza – con sole sette presenze – è il campanello d’allarme. Scende di un gradino, con il Wil, al secondo livello, poi ancora alla quarta serie svizzera, nel Locarno. E’ la fine, si spengono le motivazioni, si spegne la luce. Rimane un chitarra, mai abbandonata, fedele compagna nei momenti di crisi: la prende in mano e suona Zotti, sapendo che adesso può coltivare il sogno di una vita. Lui l’occasione di tornare indietro l’ha avuta, a diciannove anni, ma ci ha ripensato, ben conoscendo che nella vita non c’è niente di peggio di avere un grande dono e non volerlo sfruttare: non servono più i guanti adesso, ora che tiene una chitarra tra le mani e non più un pallone.