Che vuoi che sia un salvataggio sulla linea: per un predestinato che di mestiere fa l’aspirante fenomeno non sarà certo l’amarezza di un “quasi gol” a cambiare il corso degli eventi. Beh, se chiedete a Dominic Adiyiah vi risponderà probabilmente che le cose non stanno esattamente in questo modo. Già perché la carriera del baby prodigio si è fermata sulla linea di porta, o meglio sulla mano di Luis Suarez, in una notte africana di mezza estate. Ma partire dalla fine non è il modo migliore per raccontare la parabola dell’attaccante ghanese, cometa che ha attraversato il firmamento calcistico per la durata di un battito di ciglia.
Dominic Adiyiah nasce a Accra, la capitale del Ghana, il 29 Novembre 1989. A differenza di molti altri baby prodigio o presunti tali che affondano le proprie radici nel Continente Nero, dell’infanzia di Dominic scarseggiano gli aneddoti Hollywoodiani: niente partite mitologiche in scenari da film, nessun padre, padrone o padrino calcistico a profetizzarne le gesta. La sua avventura nel calcio comincia nell’accademia del Feyenoord, con la cui squadra maggiore esordisce nella massima serie ghanese nel 2006. Le prestazioni da baby fenomeno non passano certo inosservate: gli Heart of Lions si aggiudicano il suo cartellino e vengono ripagati da undici rete messe a segno che gli valgono la convocazione a furor di popolo nella squadra di All-Stars della massima serie e il titolo di miglior giocatore della stagione. A soli 19 anni la strada verso l’Europa è ormai tracciata, e lo sbarco nel Vecchio Continente arriva nel 2008: ad attenderlo ci sono i norvegesi del Fredikstad, che lo portano in Scandinavia cavalcando l’onda di un momento che vedeva una rotta all’epoca molto trafficata tra l’Africa e l’estremo Nord (come insegna il caso Obi Mikel, preso dal Lyn Oslo e poi venduto a peso d’oro al Chelsea). Il bottino è magro, perché l’avventura al freddo della Norvegia va avanti col freno a mano tirato tra poche presenze e nessuna rete. Dominic, però, quando indossa la maglia della nazionale ghanese si trasforma: da vero profeta in patria il giovane attaccante è il trascinatore delle selezioni giovanili, e il suo talento straripa una volta entrato nei ranghi dell’Under 20 delle Black Stars. Il 2009 diventa così l’anno che lo rivela al mondo intero: nel mese di febbraio arriva il trionfo nella Coppa d’Africa di categoria, un antipasto di quello che accadrà da lì a qualche mese. imageIl 24 settembre inizia infatti il Mondiale Under 20: si gioca in Africa, in terra d’Egitto, Adiyiah sente aria di casa e detona come un candelotto di dinamite: otto gol messi a segno in sette partite, una cavalcata da record che si conclude con il trionfo nella finalissima contro il Brasile, battuto ai calci di rigori grazie anche alla trasformazione di Dominic, che mette a segno il quarto tiro dal dischetto. È un trionfo, con tutto il Ghana che accoglie per le strade i giovani eroi capeggiati dal loro trascinatore, che torna in patria con gli onori del titolo di capocannoniere e di miglior giocatore della rassegna iridata. Il Milan fiuta l’affare, Galliani chiude a tempo di record una trattativa che, per un corrispettivo di 1,4 milioni di euro, porta Adiyiah in rossonero. I tifosi sognano già la coppia dei prossimi dieci anni con Alexandre Pato, ma il destino ha piani ben diversi in serbo per il ragazzo: Dominic resta infatti ai margini, senza riuscire a disputare neanche un minuto con la maglia del Milan. imagePoco male per il momento, perché la maglia del Ghana continua a rappresentare un rifugio dolce come il miele: dopo l’esordio con i grandi il ct Rajevac lo sceglie nella rosa che disputerà la Coppa d’Africa nel gennaio 2010. Il torneo continentale si gioca in Angola, e il Ghana riesce a guadagnarsi l’accesso alla finalissima contro l’Egitto. L’avversario è tutt’altro che banale visto che richiama alla mente l’impresa compiuta pochi mesi prima dall’Under 20, ma stavolta la rincorsa di Adiyiah e compagni si rivela corta: agli avversari basta un gol per spezzare il sogno di un paese intero, e l’ingresso in zona Cesarini del talismano di Accra non serve a ribaltare l’esito di un finale che prelude a un drastico cambiamento di copione.
Il Ghana comunque prende coraggio dopo le ottime prove nella competizione continentale, e si presenta al Mondiale 2010 con tanta voglia di stupire: è la prima, storica rassegna iridata che si disputa nel Continente Nero, Dominic fa parte della rosa ed è uno dei protagonisti della incredibile cavalcata delle Black Stars, che arrivano al quarto di finale contro l’Uruguay cullando il sogno di diventare la prima nazionale africana a qualificarsi alle semifinali della Coppa del Mondo. Si va ai supplementari dopo l’uno a uno dei novanta minuti, e Rajevac si gioca la carta Adiyiah che al 120′ vede la propria carriera a un bivio definitivo: Dominic colpisce a botta sicura per quello che sarebbe lo storico gol della qualificazione, ma proprio quando il pallone sta per varcare la linea di porta arriva la mano di Luis Suarez a spezzare idealmente in due la carriera del ragazzo.

Il Pistolero si immola per la patria, parando il possibile gol e venendo premiato da un destino beffardo che alza in curva il rigore decisivo di Asamoah Gyan. Si va alla lotteria dei rigori, Dominic si incarica ancora del quarto tiro dal dischetto ma, stavolta, trema: la conclusione è molle, come se l’anima talentuosa del bambino d’oro fosse evaporata d’un tratto nella fredda notte di Johannesburg. Muslera si distende e para, il Ghana è fuori e insieme alla corsa delle Black Stars finisce, di fatto, la carriera del loro baby fenomeno. imageDalla stagione successiva infatti inizia un pellegrinaggio senza fine, con solo comune denominatore: la maledizione del gol perduto, che resterà sempre (o quasi) una chimera. Due reti con la Reggina, nessuno con Partizan (col quale centra la doppietta campionato-coppa di Serbia senza però lasciare tracce tangibili) e Karsiyaka, sette nell’Arsenal Kiev: non esattamente lo score che ci si aspetta da un ragazzo che, appena quattro anni prima, aveva trascinato il Ghana Under 20 sul tetto del mondo. Il Milan se ne libera per disperazione, Dominic si sposta sempre più a est vestendo le maglie di Atyrau (Kazakistan) con un gol all’attivo e dei thailandesi del Nakhon Ratchasima: quello in estremo oriente è il bottino più pesante conquistato nella sua carriera internazionale, con un’accoglienza da star e nove gol in ventotto gare che rappresentano comunque una cifra modesta in rapporto al valore delle generazioni di difensori centrali sfornate a Bangkok e dintorni (immaginiamo non esattamente emuli di Backenbauer o Cannavaro, pronti però ad essere smentiti). imageDopo un ottavo posto accolto con giubilo dai sostenitori del club (ed è tutto dire), però, Dominic decide di non rinnovare il suo contratto: forse il calcio thailandese gli sta stretto, o più probabilmente la nostalgia di casa inizia a farsi troppo pesante da sopportare. Difficile resistere al richiamo del Ghana, quella terra che  tanto gli ha dato e alla quale ha saputo rendere in cambio altrettanto, dispensando sogni con la maglia della nazionale. Nei radar calcistici, al momento, non c’è traccia di Adiyiah: ci piace immaginarlo camminare per le strade di Accra, osservando i tanti bambini che inseguono un pallone fatto di stracci sognando di giocare una finale con le Black Stars. Dominic ci è riuscito due volte, finendo una volta da trionfatore e l’altra da sconfitto; prima di quella notte sudafricana e di quella maledetta mano uruguagia, che ha oscurato i sogni e il talento dell’ex ragazzo prodigio.