La storia comincia più o meno così: faccia pulita e mani nei capelli, Cipriani alla Scala del calcio segna una doppietta. Il tardo inverno milanese è la cornice di un Milan-Bologna di sedici anni fa. Sembrano altri tempi, momenti del calcio che si cristallizzano e diventano storia, campioni che non abbiamo più. Uno di questi, Shevchenko mette la palla dentro due volte e ammazza al 32’ le speranze del Bologna di uscire con le ossa intatte da San Siro. All’intervallo, seduto negli spogliatoi c’è un ragazzo, Giacomo Cipriani, classe 1980 nato a Bologna e cresciuto nel settore giovanile felsineo, che ancora non sa che è arrivato il giorno. E’ il giorno in cui fai una doppietta a San Siro, come immaginavi quando giocavi con gli altri bambini la domenica pomeriggio al parco. Qui inizia una storia e ne finisce un’altra, solo che non è andata esattamente come potrebbe pensare chiunque.

Torniamo indietro, qualche altro piccolo passo sulla linea del tempo. Trenta settembre uno nove nove nove: ancora diciannove anni da compiere e per il gigante bolognese è arrivato il momento di diventare grande. Dal primo minuto contro lo Zenit in Coppa Uefa, con il Bologna, il suo Bologna, e il ragazzo si inventa qualcosa che puoi fare solo se hai 18 anni, la faccia tosta e la stoffa del campione.

Sgancia un siluro dai trenta metri, indimenticabile e perfetto nell’intero mezzo secondo che trascorre in aria, che si infila dritto sotto l’incrocio. Come biglietto da visita non c’è male. Poi quella partita la “rovinerà” Kondrashov con il pareggio nel finale, ma Cipriani non ci pensa, è semplicemente il giorno più bello della sua vita. Altri minuti in Coppa Uefa, pochissimi in campionato. Non lo vogliono bruciare a Bologna – non succede tutti i giorni quello che hanno visto contro lo Zenit – e lo spediscono a Lecce in prestito, dove però il loro pupillo non gioca molto e non segna. Poco male, serve a fare le ossa, perché l’anno dopo è quello importante, è quello della Serie A: nel frattempo, tanto per non rimanere indietro, la Juventus lo prende in comproprietà.

Qua ci riagganciamo con la nostra storia, a quei 2 dei 5 gol stagionali di Cipriani, le due sberle di San Siro del ragazzo che non ci crede e che si mette le mani dei capelli dalla gioia incontenibile di aver realizzato il sogno più grande della propria vita. Chiuderà la stagione con un ottimo score per un esordiente. L’insensatezza del vivere umano ci lascia senza risposte alla domanda: come può la sorte dare e togliere tutto in un istante? Cipriani forse ha smesso di chiederselo, perché dal 2001, al momento della sua esplosione calcistica, sicuramente non ha avuto risposta a quell’infortunio al ginocchio: due operazioni e una stagione intera buttata via in blocco. Il biglietto per la Serie B diventa la conseguenza logica di questo disastro: il Piacenza non è esattamente il suo sogno e il Tenni di Treviso, il Liberati di Terni o il Menti di Vicenza non sono certo San Siro. I gol sono 3 in 20 presenze, poco ma abbastanza per guadagnarsi il prestito in Serie A con la Sampdoria, dove non va oltre le due marcature, una contro il Bologna sua ex: oltre il danno, anche la beffa. Comincia a capire, Cipriani, che qualcosa è cambiato: la Sampdoria non ne vuole più sapere e lo rimanda in Emilia, dove rimane altre quattro – tormentatissime – stagioni.

L’ombra delle Due Torri è tutt’altro che benefica, quel ginocchio maledetto fa male e continua a rompersi: 2004/2005 sono ventidue presenze, cinque gol e tre mesi fuori per infortunio, il 2005/2006 è lapidario con 13 presenze, zero gol e altri sei mesi lontano dai campi. Ah, e la retrocessione del Bologna. Torna il gol nel 2006/2007, ma è uno in quattro presenze, dopo altri otto, infiniti, mesi di infortunio. Il padre rifiuta il figlio, Bologna non lo vuole più e, dopo averlo cresciuto e coccolato, lo abbandona all’Avellino alla metà della stagione successiva: le sue ultime tre presenze in rossoblù e poi un altro infortunio di tre mesi. Via all’Avellino, dove trova finalmente continuità, anche se nella piazza più difficile di tutte: retrocessione ancora una volta, seconda in tre stagioni e un incubo che sembra infinito. Immaginate la forza d’animo che ci vuole a sopportare la frustrazione di aver toccato il cielo con un dito e di essere stati subito dopo scaraventati a terra senza pietà. Per un soffio passa al Rimini, dove retrocede ancora, per la terza volta, in Lega Pro. Decide a questo punto di rimanerci, sembra che sia maledetto il ragazzo che infiammò San Siro. Trova casa a Ferrara, con la maglia biancazzurra della S.P.A.L ritrova il sorriso e i gol (13 in 22), prima di ricadere nell’inferno dell’infortunio al ginocchio. A Benevento passa quasi tutta la stagione fuori, un gol in otto presenze. Ascoli e Savoia sono il canto del cigno di un uomo che a trentaquattro anni, più della sorte, vuole solamente continuare a calciare quel pallone dentro la porta avversaria. Ci riuscirà altre due volte, l’ultima proprio contro la Vigor Lamezia nel molto più mite inverno di Torre Annunziata.

Una settimana dopo gli ultimi 23 minuti in campo, contro il Benevento, una delle sue tante ex. Poi l’ennesimo infortunio, il fallimento e la retrocessione Eccellenza degli oplontini. La maledizione continua e conclude la sua storia di dolore e lacrime, il cerchio si chiude e Cipriani si schianta al suolo: le mani nei capelli ancora una volta, come quindici anni prima in quell’incredibile giornata a San Siro, ma stavolta per ben altri motivi. Giacomo Cipriani alza bandiera bianca e lascia una piccola scia luminosa. Possiamo dire tutto su di lui: che non era bravo, non aveva il fisico, che era solo un fuoco di paglia. Non possiamo basarci sull’altra storia, quella che non c’è stata, di un centravanti instancabile e di un campione vero, la strada che ha intrapreso Cipriani è stata ben più complicata. Però una cosa la possiamo dire, e cioè che a questo ragazzo non è mai mancato l’orgoglio, lo stesso che gli ha permesso di continuare a giocare nonostante quel dannato ginocchio e di ribaltare una partita che sembrava persa, con il suo Bologna, quel giorno del tardo inverno milanese a San Siro.