“Ho vinto una Liga e una Champions, merito rispetto. Sono Javier Portillo, e ho giocato nel Real Madrid: non sono il genero di nessuno”. Il tramonto sulla carriera di Javier Garcia Portillo è come un libro di Osvaldo Soriano: triste, solitario y final, lontano dai riflettori che ne avevano accompagnato la fulminante ascesa verso l’Olimpo del pallone. Un crepuscolo la cui ombra lunga si spinge a ritroso nel tempo, talmente indietro da abbracciare quasi l’intera storia calcistica del fu niño de oro di Aranjuez, periferia di Madrid.
Chi nasce da quelle parti, per forza di cose, sogna ad una sola tonalità: il bianco candido della camiseta del Real che popola i giorni e le notti di ogni ragazzo che inizi a rincorrere il pallone in quella parte della Meseta più prossima alla capitale. Il piccolo Javier il bianco lo veste per davvero, a soli dodici anni, e lo fa senza passare inosservato: la trafila nel settore giovanile è folgorante, i gol piovono in quantità tali da far quasi perderne il conto. Il bilancio totale, da prendere con beneficio dì inventario, parla di una cifra monstre: 729 reti. Più di Emilio Butragueño, anche più di quel Raul Gonzalez Blanco che del Real è il simbolo e capitano nel bel mezzo dell’era dorata della prima gestione di Florentino Perez. Il madridismo sogna, immaginando già di vedere il Gran Capitàn e il bambino prodigio esultare sotto il Fondo Sur per continuare a scrivere pagine e pagine della gloriosa storia del Real. I gol si sprecano anche nel Castilla, la squadra B del club, e l’approdo in prima squadra è solo questione di tempo: sono i tempi degli Zidanes y Pavones, lo slogan coniato da Florentino Perez per sintetizzare la filosofia merengue di affiancare ai campionissimi come Zizou i giovani in rampa di lancio provenienti dal vivaio (come nella fattispecie Francisco Pavón, difensore che nonostante le oltre cento presenze in blanco viene ricordato più per questo inciso che per le sue prestazioni sportive), e l’affacciarsi di Portillo nel calcio vero è uno spot pubblicitario strepitoso per quella Invencible Armada che a fine stagione alzerà al cielo la Champions. C’è anche la firma di Javier lungo quel cammino trionfale: l’esordio coi grandi è da predestinato, con una gemma dalla distanza che vale il pareggio nel match (per la verità inutile ai fini della qualificazione del Real, ma tant’è) contro il Panathinaikos.
La stagione 2002/2003 sembra poter essere quella della consacrazione: 22 presenze e 13 gol, tra i quali spicca il fendente che salva il Madrid dall’onta di una prematura eliminazione europea per opera del Borussia Dortmund. Il Real è sotto al novantesimo, Del Bosque sceglie Portillo come carta della disperazione al posto di Pavón (proprio lui) e al primo pallone utile il ragazzo non perdona, trafiggendo Lehmann e regalando al Real la quasi certezza del secondo posto nel girone che significa qualificazione.

Il passaggio ricevuto da Zidane profuma di investitura, la stoccata col destro fa impazzire i telecronisti spagnoli che esplodono con un “Se llama Portillo, es un killer”. Una storia da cinema, col copione che però cambia improvvisamente nell’estate successiva. Al Bernabeu tira aria di rivoluzione, perché l’era dei Galacticos è arrivata al capolinea anche se a Madrid ancora non lo hanno capito. Del Bosque, l’uomo che lo aveva lanciato e che si era affidato a lui nella magica serata di Dortmund, viene messo alla porta, e la carriera di Javier viene deviata su un binario morto. Queiroz non ha il polso per tenere sulla corda uno spogliatoio con più primedonne di una sfilata di moda, Portillo finisce ai margini e il padre solleva ombre addirittura su sua maestà Raul, accusato di non passare il pallone e di voler tarpare la ali all’erede che minaccia di soffiargli il posto.
Javier però crede nelle proprie qualità e vuole dimostrare di meritarsi il posto fisso nella squadra dei suoi sogni, e per farlo spinge per vivere una nuova avventura che lo possa riportare in blanco da protagonista. Ad attenderlo c’è una Fiorentina che è tornata in Serie A dopo il fallimento della società e il purgatorio della C2, e Portigol non ha dubbi: “Vi porto in Uefa, magari anche in Champions”.
Fiorentina v Chievo VeronaFirenze sogna e se lo coccola, il precampionato promette bene ma quando si tratta di fare sul serio l’apporto del ragazzo tende a latitare: due gol in Coppa Italia contro Como e Verona, uno in Serie A con una perfetta punizione contro il Chievo che, anziché rappresentare un trampolino di lancio, funge da nostalgico titolo di coda per la sua esperienza in viola. A gennaio il Real chiama e non si può proprio dire di no, anche se le presenze nella nostra massima serie sono soltanto undici: un bottino magro, ma la Fiesole non dimentica il colpo di fulmine estivo e lo saluta con un affetto che merita una promessa d’addio. “Farò gol contro la Juve in Champions”, dichiara Javier, che però nella massima competizione europea ci giocherà solamente nella stagione successiva (e per l’ultima volta), con la maglia del Bruges con la quale prende il via il pellegrinaggio dell’ex predestinato: 11 gol in 32 presenze in Belgio, altrettanti in 34 partite con il Gimnastic di Tarragona (record personale in Liga ma, destino crudele, con annessa retrocessione in Segunda Division a fine stagione). Nell’estate 2007 le strade di Portillo e del Real Madrid si dividono per sempre: la clausola che gli impedisce di scendere in campo al Bernabeu inserita nei vari prestiti suonava come un accanimento terapeutico, una speranza mai sopita di veder sbocciare definitivamente il talento dell’ex bambino in bianco per poterlo riportare a casa e far rivivere al popolo madridista la favola di qualche anno prima. Tocca all’Osasuna recidere il cordone ombelicale che lo lega a mamma Real, sborsando tre milioni e passa di euro per portarlo a Pamplona: un milione abbondante per ogni gol in pratica, perché in Navarra Javier ne mette a segno soltanto 3 in due campionati e mezzo prima di scendere in Serie B, dove lo aspetta l’Hercules di Alicante.

Il palcoscenico si è ristretto e non di poco, ma Portillo si ricorda dei bei tempi andati, quando il suo mestiere era quello di segnare gol decisivi: in metà stagione ne mette a segno cinque, ma quella che resta negli occhi è la rete che vale il ritorno in Liga dell’Hercules dopo tredici anni di assenza. Le soddisfazioni più importanti, però, arrivano fuori dal campo: Portillo arriva ad Alicante da uomo sposato, ma qui incontra una donna che diventa la nuova musa di una vita che, almeno fuori dal rettangolo verde, sembra poter prendere la piega giusta.portillo-il-gol-più-belloLa ragazza si chiama Laura Ortiz, un cognome che dovrebbe risultare familiare al nostro eroe: Enrique Ortiz infatti è il presidente dell’Hercules, e stai a vedere che…Già, dove non sono riusciti Pato e Barbara Berlusconi hanno avuto successo Javier e Laura, che nel 2012 lo rende anche padre del piccolo Tiago. Il señor Ortiz, che nel frattempo ha ceduto Portillo al Las Palmas, fa carte false per riaverlo ad Alicante, cacciando allenatore e direttore sportivo pur di riportare il genero (con figlia e nipote a seguito) dalla Canarie alla Comunità Valenciana. I tifosi se la ridono e pungono con commenti e cori beffardi, Javier tiene duro per una stagione e mezzo prima di dire basta: è il 28 dicembre 2015, storia molto recente dunque, quando Portillo si arma di chiodi e martello per compiere il fatidico gesto di appendere le scarpette. Ha solo trentatré anni, un età alla quale nel calcio moderno gli attaccanti come lui possono dare ancora tanto; ma probabilmente la sua è una storia che con questo mondo ha poco da spartire. Resta negli occhi un lampo: una rete che si gonfia e una maglia bianca, col numero 18 e la scritta Portillo sulle spalle di colore blu. Blu come la notte d’inverno, come quella coperta stesa sopra il cielo di Dortmund quando sembrava essersi accesa la stella di un predestinato. Hasta luego, don Javier: Laura e il piccolo Tiago valgono più di una Champions League.