Il teatro dei sogni persi. All’Old Trafford la magia è sempre di scena: spalle alla porta, si gira, nemmeno guarda la porta, la parabola è perfetta, è imprendibile, è predestinata. Correva l’anno 2009, e quel Manchester United non vinceva da due partite, cosa che all’epoca faceva abbastanza notizia. Sir Alex Ferguson – altra notizia – è in difficoltà: in casa perde contro l’Aston Villa e a rendere le cose meno amare ci ha pensato Cristiano Ronaldo, che apre le marcature e poi segna anche il pareggio. All’Old Trafford non si fanno sconti, all’Old Trafford si fa risultato. Intuizione: nella mischia ci va un giovane e sconosciuto Federico Macheda, allora diciassettenne nato e cresciuto a Roma, sponda Lazio però, e arrivato in terra inglese nel settembre 2007. Nel secondo e mezzo che va dall’assist di Giggs al pallone che si deposita in rete il calcio italiano ha un sussulto, il teatro dei sogni si illumina e sentenzia: è nata, finalmente, una nuova stella.

Macheda ha urlato “presente” e si è ritagliato il suo piccolo ma importante pezzo di storia nei Red Devils: il lampo che, da spalle alla porta, cambia la prospettiva di una carriera intera. In quel secondo e mezzo ha avuto l’illuminazione, parola che condivide tristemente le prime quattro lettere con “illusione”. Sir Alex gli dà un’altra chance contro il Sunderland: quindici minuti, altro gol decisivo. Nel Bel Paese tutti si stropicciano gli occhi, costruendo intorno a questo inaspettato diciassettenne futuri calcisticamente utopici: valanghe di gol, Mondiali, Europei, ognuno se lo immagina bandiera della propria squadra del cuore. Chiude con altre due presenze e un assist la sua prima stagione in Premier League, ma provate voi a fare di meglio quando davanti la manovra è gestita dalla premiata ditta Rooney-CR7-Nani.

Il problema è che la magia è già finita. In estate lo United si coccola il campioncino italofono, lo blinda, lo stringe forte in un abbraccio soffocante. Macheda passa da essere un signor nessuno dalla quale nessuno si aspetta niente a un signor qualcuno dal quale tutti si aspettano qualcosa. Sale la pressione e il giocattolo si rompe: 09/10 è una stagione dimenticabile, in cui eguaglia reti e assist della stagione precedente, ma i minuti giocati sono più di 600 stavolta. A Manchester però ancora ci credono: alla fine non ha nemmeno vent’anni e negli occhi di tutti è ancora vivissimo il ricordo dei sei punti che il piccolo Kiko regalò al grande United – poi vincitore del titolo d’Inghilterra- appena un anno prima. Niente da fare, un gol, tre assist, sempre quei maledetti seicento giri di orologio. Ma il mercato di gennaio è alle porte e Garrone, allora patron della Sampdoria, deve rinforzare l’attacco perché i tifosi hanno appena salutato la coppia d’oro Cassano-Pazzini e sicuramente si aspettano dei rimpiazzi all’altezza. Le sette lettere di “Macheda” hanno ancora un certo fascino: giovane, chiuso a Manchester, italiano, meritevole di una chance e forse bisognoso dell’”aria di casa”. Il disastro è totale, Kiko non parte praticamente mai titolare, segna una rete in Coppa Italia, la Sampdoria retrocede e gli mette in mano un biglietto di ritorno, sentenza senza appello di una stagione iniziata male e finita molto peggio: sempre spalle alla porta, mai quel guizzo meraviglioso che lo lanciò – per un secondo e mezzo – nell’Olimpo. In Inghilterra il cielo è grigio e le prestazioni del centravanti romano sono delle stesse tinte: metà anno con i Red Devils, che ancora lo accudiscono e lo consolano, poi un’altra sberla con il prestito al Qpr, un’operazione da sei presenze, zero gol, zero assist in cinque mesi.

Si chiudono le porte, ma non si aprono i portoni: ad un passo dall’esordio in Nazionale maggiore, la sua trafila con la maglia azzurra si chiude alle 10 presenze e quattro reti con l’Under 21. A casa è condannato alla damnatio memoriae. “Macheda, Macheda, Macheda… Si, mi ricorda qualcosa…”: questo è quello che rimane di lui nel paese che gli ha dato i natali. L’agente, Giovanni Bia, non ci sta. “A Manchester non ha spazio, ha soli 21 anni e non può stare in panchina”, dice e riesce a strappare un prestito a gennaio 2013, direzione Stoccarda: diciotto chance con gli Svevi, diciotto occasioni non sfruttate, perché chiude a zero forse la sua peggior stagione in carriera. E’ già entrato nell’atmosfera il meteorite e si sta sfasciando in tanti piccoli pezzi: al Doncaster, in Champioship, non va oltre le tre marcature. A Birmingham però l’approccio è diverso, sta prendendo dimestichezza con la categoria, trova l’ambiente adatto e dà un colpo di reni alla propria carriera. Chiude a quota 10 in 18, molto di più di quanto fatto nelle precedenti tre stagioni sommate insieme. Quel maledetto United che tanto ha creduto in lui lo lascia libero, ha trovato la sua dimensione e non ha più bisogno delle quattro, opprimenti mura dell’Old Trafford. Contratto con il Cardiff, nuove speranze e la consapevolezza di avere solo ventiquattro anni e quasi una carriera intera davanti. E’ ancora poco, manca ancora qualcosa: nella stagione e mezzo con i Bluebirds il bottino è ancora troppo magro per parlare di rinascita. Aspettiamo con speranza e fiducia un ragazzo che per un secondo e mezzo ha guardato la porta negli occhi, per poi darle le spalle tante, troppe volte nel corso della sua carriera.